Prima dell’estate si è assistito all’ennesimo colpo di scena nella storia giudiziaria della “sposa bambina” di Coltano. In Cassazione si è deciso il rinvio ad un nuovo giudizio di appello ed il processo sarà quindi da rifare.

La vicenda risale alla primavera di 6 anni fa quando una ragazzina di 14 anni giunge dal Kosovo nell’insediamento rom di Coltano, in provincia di Pisa, per contrarre un matrimonio combinato. I suoi genitori si rivolgono alla Questura di Pisa che rintraccia la ragazza e ascolta da lei una storia fatta di maltrattamenti, soprusi e violenze. In un primo momento si rivelano pesantissime le accuse nei confronti di sei rom: tentata violenza e violenza sessuale di gruppo, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, tratta di persone e riduzione in schiavitù. Quasi tutte vengono smontate in primo grado mentre in appello viene decisa la condanna per 4 imputati. Ora, secondo la Cassazione, sarà tutto da rifare.

Al di là delle dispute giudiziarie, la vicenda è diventata la “storia simbolo” sul significato e il valore del matrimonio precoce all’interno di determinate comunità dove da molti viene difeso a spada tratta perché ascritto all’interno di tradizioni e culture da salvaguardare. Anche la strategia difensiva si è infatti fondata sull’assunto che tutto sia avvenuto secondo i canoni del “tradizionale matrimonio rom”.

In realtà il matrimonio precoce, celebrato tra bambini e adolescenti, è un fenomeno transculturale rappresentando una pratica che accomuna popoli e comunità che vivono medesime condizioni di povertà, analfabetismo e di stress sociale. Esempi li troviamo nella Regione indiana del Rajasthan, in Niger, nel Bangladesh. Anche l’Europa non sfugge: in vaste aree dell’Albania, della Romania e della Bulgaria famiglie di zone rurali, ridotte in condizioni di estrema povertà, spingono le figlie a sposarsi precocemente per non lasciarsi sfuggire i potenziali mariti prima che essi emigrino verso le città alla ricerca di un lavoro. Analisi di organizzazioni internazionali hanno rilevato come anche presso comunità in preda a conflitti civili o a forti situazioni di stress economico e sociale si generano le condizioni ottimali per far impennare il numero dei matrimoni precoci. Un fattore fondamentale è infatti rappresentato dalla povertà: far sposare una bambina rappresenta anzitutto una strategia per la sopravvivenza economica; il matrimonio precoce, inoltre rafforza il senso di famiglia e la stabilità sociale perché, nell’ottica di “proteggere” le ragazze da un’attività sessuale sconveniente, aiuta a prevenire rapporti sessuali prematrimoniali.

E’ possibile anche in Italia registrare casi di matrimonio precoce che personalmente ho constatato, per la verità molto sporadicamente, presso comunità rom originarie della Macedonia, del Kosovo e della Romania colpite da processi di emarginazione sociale e in difficili condizioni economiche; così come sono sempre rimasto colpito dalle profonde ripercussioni fisiche, intellettuali, psicologiche ed emozionali riscontrate tra le adolescenti coinvolte: i percorsi scolastici vengono interrotti e la sana crescita personale, in una fase così delicata, viene compromessa. Il tutto tra l’indifferenza generale di operatori sociali e mediatori che davanti ad un atto proibito dall’ordinamento giuridico, lo condonano in nome di una presunta “tradizione culturale rom”. Ancora una volta, come accade anche in altri contesti, rivestire dell’abito culturale una strategia adottata in un condizione di povertà diventa la risposta più semplice che aiuta a restare in superficie e a deresponsabilizzare.

Anni fa la ricercatrice rom Sorina Sein, curò uno studio sul matrimonio precoce attraverso un’analisi comparativa tra una comunità rom residente in Romania ed una migrata nel Centro Italia. Le conclusioni a cui giunse la ricerca è che la soluzione al problema la si trova percorrendo due strade: il potenziamento dei processi educativi e formativi e l’uscita dalla spirale della povertà. «Nella mia esperienza – scrive l’autrice – l’educazione ha cambiato la mia vita, la mia percezione e la mia visione». La lotta alla povertà, l’accesso al mercato del lavoro e alla scuola, la desegragazione abitativa sono le armi più efficaci di cui le comunità possono disporre per superare la pratica del matrimonio precoce ma per questo c’è la necessità del supporto collettivo che, a fianco delle famiglie rom, veda in prima fila amministratori locali, insegnanti, educatori. Senza giudizi ma anche senza nascondere una realtà non totalmente estinta.