La vittoria dell’atleta kosovara Majlinda Kelmendi è un episodio che evidenzia le innegabili implicazioni di carattere politico di un evento di portata universale come le Olimpiadi. Vanno sottolineati, al riguardo, da un lato l’iniziale divieto della Serbia di consentire ai propri atleti di salire sul podio insieme alla kosovara e dall’altra la dichiarazione di quest’ultima di voler dedicare la sua vittoria “a entrambi le parti del mio popolo”, riconoscendo l’esistenza della consistente minoranza serba tuttora sottoposta a persecuzioni.

L’esistenza stessa dello Stato del Kosovo è in effetti oggetto di discussioni nella comunità internazionale e in quella scientifica del diritto internazionale. Contro si invoca in genere la formazione dello Stato in questione a partire dall’intervento della Nato nel 1999 a partire da una tuttora indimostrata violazione massiccia dei diritti umani della popolazione da parte del governo serbo, ma mediante una violazione, apparentemente indiscutibile, dell’art. 2, paragrafo 4 della Carta delle Nazioni Unite relativo all’uso della forza.

La dichiarazione di indipendenza avveniva quasi dieci anni dopo nel 2008, dopo un lungo periodo di protettorato delle Nazioni Unite mediante l’Unmik (United Nations Interim Administration Mission in Kosovo). Chi si pronuncia contro l’esistenza del Kosovo come Stato sovrano invoca quindi la sua presunta natura di Stato fantoccio, che risulterebbe del resto avallata dalla politica estera seguita dalla nuova formazione politica, fortemente incline a consentire l’installazione sul suo territorio di una grande base Nato, probabilmente in segno di gratitudine per l’alleanza che all’epoca determinò il sorgere delle condizioni favorevoli alla nascita del nuovo Stato. Del pari, la Serbia, e altri Stati a loro volta timorosi per una propria possibile disgregazione (in particolare la Spagna), pongono l’accento sulla violazione del principio dell’integrità degli Stati, data la menomazione del territorio serbo.

Chi è a favore invoca invece in genere il diritto di autodeterminazione dei popoli, esercitato dalla maggioranza della popolazione residente nel territorio, di etnia albanese, nonché il principio di effettività, secondo il quale si sarebbe oramai definitivamente insediato sullo stesso un governo in grado di controllare la situazione. Come sempre accade nelle dispute fra giuristi, e in particolare fra quelli che si dedicano al diritto internazionale, la controversia dottrinale nasconde posizioni politiche contrapposte e interessi relativi non soltanto alla situazione in questione nella sua immediatezza ma anche alle possibili ripercussioni dei principi invocati su altre situazioni.

Personalmente sono sempre stato un sostenitore del principio di autodeterminazione dei popoli, ma al tempo stesso ho registrato più di recente sviluppi positivi che tendevano a conciliarne la salvaguardia con quella dell’integrità degli Stati, purché questi ultimi fossero rifondati in prospettiva effettivamente pluralista e rispettosa di tutte le identità presenti sul loro territorio. Mi riferisco all’autodeterminazione dei popoli indigeni, come prevista dalla Dichiarazione delle Nazioni Unite del 2007, a nuove Costituzioni come quella della Repubblica plurinazionale di Bolivia e al pensiero del federalismo democratico espresso da Abdullah Ocalan e praticato nella Rojava liberata dall’Isis e, per quanto permesso dalle bombe genocide di Erdogan, anche nel Kurdistan turco.

Occorre augurarsi che anche nei Balcani, divenuti per antonomasia il luogo della frammentazione e della pulizia etnica, si generino nuove iniziative e nuove spinte, che in parte possono leggersi nelle recenti lotte sociali in corso in vari Stati della regione.

Tornando alle Olimpiadi, si può affermare che quest’anno esse, al di là di sforzi e imprese degli atleti, sono caratterizzate da forte squallore, anche per il fatto di aver luogo in un Paese dove la democrazia reale è stata confiscata da un parlamento zeppo di corrotti. E ovviamente per il ruolo delle lobby che ne trarranno benefici economici, trovando uomini-sandwich di “alto livello” come Renzi.

Gesti come quello dell’atleta kosovara che ha dedicato la propria vittoria a tutte le parti del suo popolo, delle atlete coreane del nord e del sud, Hong Un Jong e Lee Eun Ju che immortalandosi con un selfie hanno voluto prefigurare la necessaria riunificazione del loro Paese, e quello della schermitrice ed ex ministro dello sport venezuelana Alejandra Benitez che si è rifiutata di stringere la mano al golpista brasiliano Temer salvano la dignità di questa manifestazione sportiva, altrimenti fortemente e irrimediabilmente compromessa dai fenomeni accennati.