Un rapido sguardo alla lista dei ministri del governo interinale del Brasile, presentato pochi minuti dopo l’allontanamento della presidente Dilma Rousseff dal vice Michel Temer, era stato già sufficiente per capire che la forzata discontinuità imposta alla guida del Paese con l’impeachment della Rousseff, non muoveva in direzione del superamento della corruzione sistemica, come da mesi i nemici della presidenta cercavano di far credere. Con 15 ministri indagati su 24, era apparso evidente quanto la propaganda “giustizialista” contro Dilma, mai coinvolta negli scandali di corruzione, non aveva alcun seguito reale nella composizione del nuovo esecutivo.

Con il passare dei giorni il quadro politico è progressivamente peggiorato, fino al colpo di scena di pochi giorni fa: la richiesta di arresto per i presidenti di Camera e Senato, Eduardo Cunha e Renan Calheiros, per l’ex presidente della Repubblica, Josè Sarney e per il senatore Romero Juçà. Tutti accusati dal procuratore generale della repubblica, di ostacolare l’avanzata dell’inchiesta sul maxi giro di tangenti tra Petrobras, imprese private e politici Lava Jato (letteralmente in italiano Operazione Autolavaggio), che li vede tutti direttamente coinvolti, insieme a numerosi altri parlamentari e allo stesso presidente Michel Temer. Il 6 giugno il New York Times, con un editoriale, è arrivato a definire “illegittimo” il governo in carica.

La prima breccia era stata aperta nell’esecutivo dieci giorni dopo il varo del governo, quando proprio il ministro della pianificazione Romero Juça, era stato costretto alle dimissioni a seguito della pubblicazione di un audio nel quale, discutendo con l’ex presidente della Transpetro (sussidiaria della Petrobras che si occupa del trasporto di idrocarburi) Sergio Machado, indagato come lui nell’ambito dell’inchiesta Lava Jato e passato tra le file dei collaboratori “premiati” della procura, parlava dell’impeachment della presidentessa come di un primo passo di un processo con fine ultimo l’indebolimento dell’inchiesta. Un modo forse per spingere Machado a chiudere la bocca. Pochi giorni poi e un altro ministro aveva dovuto abbandonare la squadra. A lasciare l’incarico alla guida del ministero della Trasparenza era stato Fabiano Silveira. Anche per lui galeotta era stata la diffusione di un’imbarazzante conversazione con il presidente del Senato Renan Calheiros, nella quale si criticava pesantemente l’Operazione autolavaggio.

La breccia è diventata squarcio pochi giorni dopo, quando il procuratore generale della Repubblica, Rodrigo Janot, ha chiesto al Supremo Tribunal Federal l’arresto per il presidente del Senato Renan Calheiros, il presidente della camera già sospeso, Eduardo Cunha, del senatore Romero Jucá, e dell’ex presidente José Sarney. Tutti esponenti del Pmdb, partito che ha mosso i fili della manovra politica che ha portato all’impeachment della presidenta. Secondo l’accusa i quattro avrebbero tramato per combinare la versione da fornire agli inquirenti nell’ambito di una strategia strutturata per evitare di essere messi ancora nel mirino con l’avanzare delle indagini della Lava Jato. L’idea era costruire una difesa comune e impedire che l’ex presidente della Traspetro Sergio Machado, continuando a collaborare con gli inquirenti, li inguaiasse ulteriormente. Tra gli allegati del procuratore alle richieste di arresto, ci sono infatti documenti che testimonierebbero una tentativo di nascondere le prove delle decine di milioni passati dalla Transpetro a Renan, Sarney e Juça. E non solo tra le motivazioni della richiesta di arresto dei colonnelli del Partito del Movimento Democratico Brasiliano a parte dalla Procura generale della Repubblica, ci sarebbe, secondo quanto riporta il quotidiano Folha “il tentativo di modificare la legge sulla collaborazione degli indagati con la giustizia”. Questo perché è da una relazione del collaboratore “delator” Sergio Machado che sono partite le indagini contro Renan, Juçà e Sarney, accusati di aver ricevuto tangenti milionarie. Accuse dalle quali cercano di difendersi a tutti i costi. Per il procuratore infatti l’arresto dei quattro è stato giudicato necessario perché il solo allontanamento dalle cariche istituzionali, sorte già toccata a Eduardo Cunha, “non basterebbe a fermare il tentativo di inquinamento delle prove”.

La notizia rilanciata da tutti i giornali brasiliani ha fatto materializzare i fantasmi evocati sin dal primo momento da Dilma e dai suoi. Tutti sostenitori di una lettura differente del processo di impeachment ai danni della presidente: e cioè una manovra per eliminarla con l’obiettivo di ostacolare la prosecuzione dell’operazione Lava Jato. Esattamente il contrario di quello che però hanno sostenuto per un anno e mezzo, aizzando la popolazione. Dopo oltre 18 mesi di proteste in piazza, lo scenario attuale finisce per confondere e non poco i brasiliani. Soprattutto quelli che per mesi, martellati da una campagna stampa senza precedenti, hanno finito per sostenere quanti chiedevano l’allontanamento di Dilma, ritrovandosi ora con un governo di corrotti.

Quanto alla situazione economica, altra questione al centro del dibattito pro impeachement, dopo alcuni mesi di crescita la borsa brasiliana ha segnato nel mese di maggio un secco -10%, maggiore calo da settembre 2014. Il dollaro invece ha continuato a guadagnare sul real. L’euforia pre-impeachment dei mercati sbandierata dagli oppositori di Dilma, è svanita. Il governo Temer contava su numerosi investimenti esteri, pensando forse che bastasse garantire politiche neoliberiste spinte e annunciare privatizzazioni e riforme, per attirare capitali nel Paese, pesantemente colpito dalla recessione e reso tra i più instabili al mondo, proprio a causa dell’impeachment.