“Abbiamo festeggiato il gay pride vestiti di tutto punto. Ma ognuno è rimasto chiuso nella propria abitazione”. A parlare così è un attivista Lgbt ugandese che, per ragioni di sicurezza, chiede di parlare sotto anonimato.

In programma per sabato 6 agosto, la marcia annuale dell’orgoglio gay è stata annullata per ragioni di sicurezza dopo l’irruzione della polizia la notte di giovedì 4 al Venom, un club della capitale Kampala.

La serata in questione era l’evento clou della settimana arcobaleno prima della marcia vera e propria. Che in Uganda, al contrario del resto del mondo, non si tiene in città dove tutti possono vederla, ma il più lontano possibile: su un terreno privato in aperta campagna vicino al lago Vittoria. Perché le autorità non consentono nessuno spazio pubblico a un modo di vivere considerato fuorilegge.

“Le forze di sicurezza hanno bloccato un evento di moda e nulla più – prosegue l’attivista – Solo un’innocua sfilata per proclamare miss e mister pride 2016”. Una volta dentro, la polizia ha trattenuto per un paio d’ore i clienti del club e ha arrestato una ventina di persone, molti dei quali storici attivisti della comunità omosessuale ugandese conosciuti anche all’estero: come Pepe Julian Onziema, nominato nel 2012 “cittadino globale” dalla Clinton global initiative e Frank Mugisha, in corsa nel 2014 per il premio Nobel. “Come al solito hanno preso le persone più in vista nella difesa dei nostri diritti – prosegue il testimone – Perché? Per terrorizzarci”.

Con le manette ai polsi, le persone in stato di fermo sono state portate al commissariato del quartiere di Kabalaga, ma il tam tam su Whatsapp ha fatto sì che di fronte al posto di polizia si presentassero una serie di avvocati e di personale delle ong attive nel Paese. Così, dato che sul loro capo non pendeva nessun capo di accusa, dopo alcune ore sono stati tutti rilasciati.

Dal canto suo la polizia di Kampala si è difesa sostenendo di essere intervenuta perché allertata del fatto che all’interno del Venom si stessero celebrando dei matrimoni omosessuali, mentre i testimoni parlano di deliberato atto intimidatorio: “Siamo stati obbligati dai poliziotti a farci fotografare in modo da essere messi alla berlina di fronte ai nostri famigliari e ai nostri vicini di casa”.

Fatto sta che la marcia è stata annullata per “motivi di sicurezza”. In un comunicato stampa diramato dagli organizzatori del Pride, si legge l’invito ai manifestanti, che stavano convergendo verso la capitale da tutto il Paese, di stare lontani dai luoghi precedentemente indicati “per paura di nuovi blitz e violenze delle forze dell’ordine”.

Una decisione grave su cui hanno pesato le parole del ministro degli Affari etici Simon Lokodo a commento del blitz di giovedì notte: “La comunità gay recluta bambini per corromperli”. Per poi chiamare “polizia e cittadini onesti” a scendere in piazza per bloccare il corteo in difesa dei diritti dei gay. Del resto in Uganda l’omosessualità è illegale e può essere punita con il carcere.

Il paese assurse agli onori delle cronache internazionali quando nel 2014 il presidente Yoweri Museveni fu obbligato a ritirare l’Anti-homosexuality bill che prevedeva la pena di morte per il reato di “omosessualità aggravata”. Ai tempi il governo ugandese, sotto pressione per le proteste di tutto il mondo, si inventò un vizio procedurale per ritirare la norma, annunciando però che presto sarebbe tornato alla carica. E così è stato: come ha rivelato l’attivista Mugisha, che presiede l’associazione Smug (Sexual Minorities Uganda), è di prossima promulgazione un nuovo atto. Cosa prevede? Sette anni di prigione per chiunque venga sospettato di “promuovere l’omosessualità” e per chi possiede una “proprietà al cui interno vengano consumate pratiche contro-natura”. Un chiaro avvertimento anche per il proprietario del terreno dove si sarebbe dovuto svolgere il pride.

Un’altro macigno sui diritti dei gay in Africa dopo l’approvazione dell’ordinamento che vieta ad avvocati e giornalisti di diffondere notizie riguardanti i diritti della comunità omosessuale. Un’attività considerata al pari “di promuovere e incentivare quel costume nella società ugandese”.

Ecco perché nessun giornale del Paese ha diffuso la notizia dell’irruzione illegale al Venom club. Per non incorrere nel reato di “apologia dell’omosessualità