“Prevediamo migliaia di ricorsi. Questa è un’operazione fatta sulla pelle del personale, scelto scientificamente come agnello sacrificale sull’altare di questioni di potere”. Così Maurizio Cattoi, segretario nazionale Dirfor (Sindacato nazionale dei dirigenti e direttivi forestali), commenta il decreto della riforma Madia, approvato in via definitiva dal Consiglio dei ministri del 28 luglio, che sancisce l’assorbimento del Corpo forestale dello Stato nei carabinieri. Si parla di circa 8.500 dipendenti in tutta Italia, che non vanno confusi con gli operai forestali, oltre 10mila in Calabria e più di 28mila in Sicilia, che non hanno la professionalità degli agenti del Corpo. Il decreto determinerà il passaggio degli operatori del Corpo dallo stato civile a quello militare, una scelta che secondo gli oppositori “limita libertà e diritti di rango costituzionale”. Il provvedimento è già stato criticato dal capo della polizia Franco Gabrielli e dal procuratore nazionale antimafia Franco Roberti, che ha spiegato come il decreto spiani la strada agli ecoreati.

“Si tratta di un progetto messo a punto dall’Arma dei carabinieri con l’obiettivo di avere il monopolio del controllo del territorio – afferma Cattoi – E il governo aveva già previsto che la situazione si sarebbe risolta in sede giudiziale“. Il decreto prevede che gli agenti del Corpo forestale che non vogliano passare allo status di militare possano esser posti in mobilità per essere trasferiti a un’altra amministrazione pubblica. “Chi sceglie i carabinieri smetterà di fare il forestale e finirà in una stazione semivuota a riempire gli organici, chi sceglie la mobilità percepirà uno stipendio per due anni e poi perderà il posto – aggiunge il sindacalista – E’ un ricatto occupazionale: ci obbligano a scegliere tra lavorare o diventare un militare”. In quest’ultimo caso, poi, si perde anche il diritto di sciopero: “La resistenza sindacale diventa insubordinazione, sottoposta al regime della magistratura militare”.

Non a caso, gli agenti forestali si sono già mossi sul piano legale. Circa 300 operatori, il 15 luglio, hanno presentato al Tar del Lazio un ricorso patrocinato dagli avvocati Eugenio Barrile e Francesco Nardocci. Il testo chiede ai giudici di accertare il diritto dei riccorenti a conservare lo status civile e si riserva nuove azioni nel caso di approvazione definitiva del decreto, come poi è avvenuto. “Non può essere consentito all’esecutivo – si legge nel documento – di disciplinare in model tutto arbitrario/discrezionale l’eventuale transito nell’ordinamento militare del personale civile che implica automaticamente la soggezione ad un complesso di limitazioni e condizionamenti che si spingono fino all’affievolimento di libertà e diritti di rango costituzionale”. In particolare, il ricorso segnale l’illegittimità costituzionale della legge delega e la” violazione del principio di autodeterminazione degli individui, intesa come libertà di scelta“. Non solo. Secondo i ricorrenti, il decreto “nega ai soggetti aventi lo status di militare il diritto di sciopero” e “sacrifica i principi/diritti della libertà dell’organizzazione sindacale e del pluralismo sindacale”, anche “la libertà di associazione risulta evidentemente affievolita”.

Nei mesi scorsi, la decisione del governo ha sollevato non poche perplessità. In audizione parlamentare, il procuratore antimafia Roberti aveva spiegato: “Noi siamo contrarissimi alla soppressione del Corpo forestale dello Stato, perché sarebbe come togliere all’autorità giudiziaria l’unico organismo investigativo in materia ambientale che dispone delle conoscenze, delle esperienze, del know-how e anche dei mezzi per poter smascherare i crimini ambientali”. Secondo il capo della polizia Gabrielli, l’accorpamento è “ragionieristicamente perfetto”, ma rischia di dilapidare un patrimonio di “storia”, “vissuti” e “saperi” perché “l’efficienza non si traduce attraverso una mera semplificazione“. Contrarie anche le associazioni ambientaliste. “Il rischio è che molti decidano di proseguire la loro carriera altrove, in un altro comparto della pubblica amministrazione – aveva affermato Antonio Nicoletti, responsabile aree protette di Legambiente – E il corpo perderebbe pezzi, mentre gli agenti forestali sono già sottodimensionati. In questo senso, perderebbe forza la tutela ambientale”.