La fine e l’inizio
Microspie e microtelecamere. C’erano microspie e microtelecamere dappertutto. Le cimici non erano più grandi di una capocchia di spillo. Le infilavano nei muri, dietro le prese della corrente, nei lampadari, sotto i tavoli; persino nell’imbottitura dei sedili degli aerei, quelli che Angelo e Paolo, i figli del Padrino, prendevano per andare in Germania. I due salivano a bordo e nelle file dietro a loro c’era un poliziotto che con gli auricolari dell’Ipod in testa registrava anche i loro sospiri. Andavano a Genova con la nave e tutta la loro cabina veniva microfonata.

A casa degli zii, a casa di Salvatore, di Simone, a casa di loro cugino Carmelo, era lo stesso. Sembrava un Truman Show, era come Il grande Fratello. Uno entrava in bagno e pensava di essere osservato, analizzato, sezionato. Angelo salutava la mamma, apriva la porta, usciva in strada e si chiedeva in quanti stessero in quel momento guardando le sue immagini. Paolo si sedeva al computer per finire la sua tesi in lingue moderne sui «Goti come oggetto di etnografia», azionava l’antivirus e si domandava quanti spyware sarebbero sfuggiti alla scansione.

Di «lui», di «quello», di «iddu», di loro padre non dovevano mai parlare. Lo sapevano bene. Glielo avevano insegnato fin da piccoli. Ma era dura: sì che era dura. Era una violenza psicologica continua, senza sosta, senza soluzione. E non sarebbe mai finita: gli occhi, i loro occhi, gli occhi degli sbirri, te li sentivi addosso sempre. Anche quando magari non c’erano. Ma per te era lo stesso, ti sentivi scrutato dentro, persino nei pensieri.

Eppoi quel signore: quello che Paolo si era trovato accanto al bar dell’università, giù a Palermo, chi era quel signore? E gli altri due? I due tizzi in macchina che ieri avevano fatto inversione a u in piazza a Corleone. No quelli no, non potevano essere investigatori, troppo evidenti, troppo appariscenti. O no? Magari adesso fanno così. Si fanno vedere, si mostrano, tirano la corda per farti saltare i nervi.