Sarà la seconda più grande operazione di maquillage collettivo mai vista nella storia delle cosiddette democrazie moderne. La prima fu con il presidente nero, il primo in assoluto, naturalmente in America. Fu un esperimento di successo, funzionò. Nella società dello spettacolo è una trovata quella che decide, una battuta, un sorriso, un colore: appunto in quel caso il nero.

Bisognava spazzare via l’idea di un presidente imbelle, pasticcione, che diceva di parlare con Dio ogni mattina, e che fece guerre sanguinose, perdendole tutte ma issandosi con la bandiera sopra cataste di cadaveri. Sulla bandiera c’era scritto “mission accomplished”. Quale missione avesse compiuto lo vediamo adesso, dopo otto anni di un presidente nero e talmente pacifista da avere conquistato il Nobel per la Pace prima di patrocinare altre due guerre non meno sanguinose di quelle del suo predecessore bianco.

Questa volta, mentre l’Impero è combattuto all’interno tra fazioni opposte, occorreva (così hanno pensato le fazioni attualmente dominanti) un altro maquillage che nascondesse le rughe. Ci voleva un’altra “trovata”, un’altra “prima” mondiale. Dopo il primo presidente nero, la prima presidente donna. Naturalmente prima in America. Sappiamo che il mondo è pieno di presidenti neri, ma quello americano fu speciale. Sappiamo che il mondo è stato pieno di presidenti donne. Ma quella americana sarà ovviamente ultra speciale. Sarà lei che ci farà dimenticare, per qualche minuto, i rumori della guerra al terrorismo e della guerra tout court.

Appena prima di cominciare le “sue guerre”, e appena dopo avere messo in cantina, o riutilizzato, quelle del predecessore pacifista. Così, presumo, andrà a finire la campagna elettorale presidenziale del 2016. C’era stato qualcuno, anche tra i liberal europei, a sperare per qualche settimana che la spuntasse il socialista Bernie Sanders. Ma era un’illusione. I liberals, europei e americani, non hanno capito che lui non sarebbe stato un maquillage. Neanche lui l’ha capito e si è incaponito. Gli restava la speranza che il mailgate avrebbe affondato la signora Clinton. Ha sottovalutato la potenza dell’élite che comanda. Cosa volete che ci voglia a convocare un magistrato inquirente e spiegargli in modo felpato che l’interesse dell’America non può essere messo in discussione? E non c’è niente di più patriottico della Corte Suprema, della Cia e dell’Fbi. Così, i beneducati americani chiamati a giudicare Hillary, hanno concluso, molto prevedibilmente, che la futura presidentessa dell’Impero, sebbene un po’ sbadata, non ha messo in pericolo la sicurezza dello Stato. Cioè le hanno dato il via libera per l’elezione.

Dunque sarebbe bastato rileggere o leggere “Impero” del defunto Gore Vidal per capire che l’esito era già segnato. In primo luogo perché l’Impero non potrà mai, neppure negli anni che gli restano, eleggere un presidente socialista, nemmeno un presidente socialista come Sanders. Impero e qualsiasi forma di socialismo sono antonimi. L’Impero ha cancellato quella parola dal vocabolario. E l’ha rimessa in pista solo per indicare i “social”, cioè i suoi motori di ricerca. Dunque che c’entrava Sanders con l’America? Niente. Infatti l’hanno tolto di mezzo.

Metaforicamente. Adesso resta da vedere se Donald Trump riuscirà nell’intento di resisterLe. La battaglia è aperta. E chiuderla non sarà possibile neanche con l’endorsement di Barack Obama, che è corso finalmente in soccorso del boccheggiante Partito Democratico. L’elettorato profondo, in tutti i sensi, di Trump ignora la tecnologia elettorale. Ne è stato la prima vittima per due secoli. Potrebbe venirgli voglia di dire la sua. E allora potremmo trovarci di fronte un’America inedita. Non è detto che ci piacerà, ma peggiore di quella che si delinea dopo il secondo maquillage, certo non sarà.