Il referendum è cruciale “non per i destini di qualcuno, ma per il futuro della credibilità della classe politica italiana”. Nel discorso alla direzione nazionale del Pd, Matteo Renzi promette di essere pronto a “prendere atto” di una eventuale vittoria del ‘No’, ma sottolinea che anche il Parlamento dovrà farlo. E a chi come Pierluigi Bersani torna a mettere sul tavolo la necessità che lasci la segreteria del Pd, il leader dei dem replica: “Fate un Congresso e vincetelo“. “Esci dal talent, o ci condurrai a una sconfitta storica”, la risposta al vetriolo di Gianni Cuperlo, leader di Sinistradem. “Gianni, io sono fuori dal talent – risponde Renzi nella replica – ci sono dentro per quella che è la vostra macchiettistica rappresentazione del talent, io voglio uscire dal racconto stereotipato di chi racconta che al governo c’è un gruppo di arroganti del Giglio magico“. Respinto l’ordine del giorno presentato da Roberto Speranza che impegnava il partito ad “offrire piena cittadinanza anche a chi sostiene le ragioni del No” al referendum.

Sul referendum: “Se vince il ‘No’, ne prenderò atto” – Nel suo intervento il presidente del Consiglio affronta il tema dell’appuntamento referendario di ottobre sulle riforme costituzionali, al quale lo stesso capo del governo ha legato il prosieguo del proprio mandato. “Non credo alla discussione sulla personalizzazione, ormai è un refrain – premette il presidente del Consiglio – c’è qualcuno tra voi che pensa sinceramente che, dopo che la legislatura è nata e ha fatto ciò che ha fatto, in caso di ‘No’ al referendum, il presidente del Consiglio, e io penso anche il Parlamento, possa non prenderne atto? – domanda quindi Renzi in via retorica – qui in gioco c’è il futuro del Paese”.

Renzi ai parlamentari Pd : “Sulle riforme applaudivate Napolitano” – “Chi ha paura faccia un altro mestiere – rilancia il premier e segretario del Pd – chi ha paura di confrontarsi con i cittadini vada a fare altro. Quelli che immaginano di cibarsi di veline e sondaggi che girano in Transatlantico sappia che non abbiamo paura di metterci la faccia“. E a suffragio dei propri argomenti, il premier cita un illustre testimonial delle riforme: “Per avere un ruolo internazionale serve stabilità istituzionale, ma la stabilità non è immobilismo“, argomenta il premier che a sostegno delle proprie parole mostra un video in cui Giorgio Napolitano striglia il Parlamento in occasione del discorso della sua rielezione e sottolinea i “tanti nulla di fatto nel campo delle riforme” come “l’imperdonabile nulla di fatto sulla legge elettorale“. “Sono 30 anni di dibattito istituzionale e sono tre anni di questa legislatura che applaudiva Giorgio Napolitano che chiedeva di fare le riforme. Ad applaudirlo in Parlamento c’eravate voi – scandisce Renzi rivolto ai parlamentari del Pd – io lo applaudivo, ma da Palazzo Vecchio”.

“Non mi volete più segretario? Fate un Congresso e vincetelo” – Il tema aleggia nel dibattito fin dal 6 giugno, giorno successivo alle elezioni amministrative: il tema è quello del doppio incarico di segretario e presidente del Consiglio che Renzi ha ritagliato per sé. Alla luce dei risultati, la minoranza dem gli aveva chiesto di rinunciare alla guida del partito. “Il dato delle amministrative è difficile da decifrare in modo organico, è un dato molto complesso difficile da sintetizzare – spiega Renzi, riproponendo l’analisi sciorinata all’indomani del voto – i successi Roma e Torino attribuiscono al M5S indiscutibilmente la palma della vittoria per l’importanza delle due città”. “Ai ballottaggi abbiamo perso qualche città – precisa tuttavia Renzi – succede a volta. I candidati si scelgono con le primarie e le alleanze le scelgono i territori. Fin tanto che è così dare una lettura nazionale richiede molta fantasia“.

Ma il problema “per molti di voi non sono le amministrative, ma è il partito: finché il segretario sono io, le correnti non torneranno a guidare il partito. Lo dico innanzitutto ai renziani. Quelli della prima ora e quelli last minute”. Quindi l’invito dal tono provocatorio ai membri della minoranza che gli chiedono di lasciare la guida della segreteria del partito: “Se volete che io lasci non avete che da chiedere un Congresso e possibilmente vincerlo, in bocca al lupo”. E sulla proposta avanzata da alcuni di dividere il doppio incarico, sottolinea: “Non c’è che promuovere una modifica statutaria e farla approvare”.

Era stato Pierluigi Bersani a riproporre il tema in mattinata. “La separazione fra gli incarichi di segretario e premier non è un dibattito lunare – aveva detto l’ex segretario – non è la soluzione a tutti i problemi, è la premessa. E anche lui era d’accordo quando si candidò contro di me. Gli si può quindi far notare che non è così lunare?”.

Cuperlo: “Renzi, esci dal talent. Sei percepito come un nemico da una parte della sinistra” – “Come tu hai detto a Beppe Grillo un mese e mezzo fa ‘esci dal web’, io dico a te: esci dal talent di un’Italia patinata e fatta di opportunità e scopri la modestia – la risposta di Gianni Cuperlo, leader di Sinistradem – è suonato l’allarme, l’ultimo. Oggi tu sei visto come un avversario da una parte della destra, ed è bene così, ma anche da una parte della sinistra e questo è un dramma” per chi è sotto il simbolo del Pd. Per questo “senza una svolta, tu condurrai la sinistra italiana ad una sconfitta storica“. “La teoria del doppio incarico ha vissuto finalmente la sua sperimentazione e l’esperimento è fallito perché è sbagliato costringere un partito solo nella dimensione del governo. La politica è costruzione di senso e non solo di consenso – continua Cuperlo – al prossimo congresso io non sosterrò un capo ma un ticket composto da una candidatura solida per la guida del governo e una personalità diversa per la guida del partito”. Sul tavolo c’è anche la questione Italicum: “Leggo che non ci siano i numeri” per cambiare la legge elettorale, premette il leader di Sinistradem, che avverte: “Se non ci proviamo è difficile trovarli, io dico proviamoci. Altrimenti pure la partita del referendum sarà molto più in salita e impegnativa”.

Speranza: “Matteo, cambia racconto o andiamo a sbattere” – “Il punto di fondo è la distanza tra il nostro racconto e la percezione della vita quotidiana delle persone – l’affondo di afferma Roberto Speranza – la tua relazione amplifica quel divario, non lo riduce, per questo chiedo con ogni energia una svolta sul piano sociale”. “Penso che le elezioni le abbiamo perse – afferma il leader di Sinistra riformista sul risultato delle amministrative – e che siamo di fronte alla più grande sconfitta politica che io ricordi alle amministrative nella storia recenti”. Per questo motivo, se il Pd “non cambia andiamo a sbattere, se non comprendiamo il messaggio nazionale delle amministrative noi rischiamo di consegnare il Paese a nuovi e vecchi populismi”.

Il documento della minoranza (poi respinto): “No al supercomitato per il ‘Sì'” – “La direzione nazionale del Pd, preso atto dell’orientamento maggioritario a favore del ‘Sì'” al referendum costituzionale, “si impegna a promuovere la massima partecipazione popolare all’appuntamento – si legge nell’ordine del giorno presentato da Speranza – si impegna ad offrire piena cittadinanza nel Pd anche a chi sostiene le ragioni del ‘No‘ nel pieno rispetto della libertà di orientamento personale in materia costituzionale”. Il documento è stato respinto dalla direzione: solo 8 i voti favorevoli.

Orfini: “Ridiscutiamo il partito” – “Stiamo attenti a pensare che le cose le risolviamo solo con le azioni di governo – avverte Matteo Orfini, presidente dell’Assemblea Pd – dico di sì alla proposta del segretario di tenere una Assemblea sull’Europa, ma a patto che subito dopo ce ne sia una sul partito – aggiunge il commissario del Pd romano rivolgendosi al segretario – non è vero che non ci sono proposte, noi lavoriamo da due anni su tuo mandato e siamo pronti a discutere”.

Barca: “Commissione per la riorganizzazione del partito è inutile, mi dimetto” – Una necessità, quella di rivedere i meccanismi del partito, sentita a più livelli nel Pd. Una necessità che Fabrizio Barca sente sacrificata dai vertici, al punto da dimettersi dalla guida della Commissione incaricata della riorganizzazione: “La relazione di Matteo Renzi alla Direzione del PD e lo svolgimento della discussione mostrano che non esiste la volontà di avviare quelle revisioni dell’organizzazione del partito che ben prima delle ultime vicende elettorali, nell’autunno del 2014, avevano indotto alla costituzione di una Commissione di cui ero stato chiamato a fare parte. Mi dimetto pertanto pubblicamente dalla suddetta Commissione, che ha rivelato la sua assoluta inutilità“. “In particolare – spiega Barca – le proposte operative di una riduzione del pletorico e paralizzante numero dei membri della Direzione e della creazione di un’Officina progettuale, peraltro già sperimentata nel paese e contenuta in un testo provvisorio elaborato in primavera dalla Commissione, risultano ignorate”.

Banche: “La riforma delle Popolari doveva essere fatta nel 1998” – Lo annuncia nel preambolo e affronta l’argomento poco dopo: sulle banche Renzi vuole “togliersi alcuni sassolini dalla scarpa”: “Se la misura sulle Popolari fosse stata presa nel 1998, con ministro del Tesoro Ciampi e direttore generale del Tesoro Draghi, la questione delle Popolari non si sarebbe posta come si è posta”, a cominciare da quelle “venete“. “Noi i risparmi li salviamo nonostante le regole Ue fatte permettendo ai Paesi di mettersi in regola quando noi non l’abbiamo fatto”, affonda Renzi definendo “assolutamente ingiustificate e indecenti le polemiche fatte anche da alcuni di noi” sulla scia della “demagogia grillina”. “Salvare i correntisti non significa fare gli interessi delle lobby dei poteri forti”, aggiunge Renzi ribadendo di “aver fatto tutto ciò che serviva”. “Noi abbiamo tolto la politica dalle banche – attacca il premier – se si fosse fatto prima non ci sarebbero stati guasti come quello del Monte dei Paschi di Siena” e “guardiamo a testa alta chiunque”.

De Luca: “Raggi, una bambolina imbambolata” – “Ho visto la Raggi alla finestra del Campidoglio – ha detto nel suo intervento il governatore della Campania Vincenzo De Luca – mi sono intenerito. L’ho vista come una bambolina imbambolata. Ha proposto il ‘web Cencelli’ e non si è ancora insediata la giunta. Guardo con terrore a quando metterà le mani sui quartieri e sul trasporto pubblico locale. Mi dispiace per Roma, ma questa è la conferma che Dio c’è”. Poco dopo la replica di Gianni Cuperlo: “”Virginia Raggi non è una bambolina. E’ il sindaco di Roma e merita rispetto. Come donna, come sindaco e come avversario”. Critico anche Renzi: “Dico a Enzo De Luca che ho condiviso larga parte del suo intervento, non le parole su Virginia Raggi che merita il nostro augurio di buon lavoro. Il fatto che altri non usino lo stile che noi utilizziamo deve far riflettere loro. Se vogliamo davvero affermare una dinamica diversa nelle relazioni dobbiamo fare un primo passo noi”, ha aggiunto.

Strage di Dacca: “Rispondere con i nostri valori” – “Piangiamo le vittime di Dacca”, ha detto Renzi in principio di intervento, “e noi abbiamo davanti le immagini dei nostri connazionali. Ma la realtà ci dice altro, non solo numeri ma una storia di persone. Sono storie, volti, persone e non è possibile non piangerli”. “Dobbiamo avere la forza di non lasciarci abituare al terrore – ha proseguito – ma dobbiamo anche saper mantenere quei valori che i terroristi vorrebbero abbattere. Siamo di fronte a una terribile atrocità a cui dobbiamo rispondere con i nostri valori, dobbiamo rispondere con la difesa della nostra identità che fa paura ai terroristi”. Renzi ha ricordato che nella legge di stabilità sono stati stanziati soldi per la cultura: “Non è solo un ideale, ma una strategia: per ogni euro speso per la Difesa, un euro deve essere destinato alla cultura”.

Brexit: “Farà più male al Regno Unito che a noi. Ma è un’occasione per l’Ue” – Dopo la Brexit “ci siamo svegliati storditi come se ci fosse venuto a mancare qualcuno – argomenta Renzi – ciò che è accaduto in fin dei conti farà più male ai britannici che a noi. Ma l’Europa può cogliere l’occasione per scrivere una pagina nuova. Noi diciamo da tempo che così com’è non va e questa postura è stata ampiamente criticata anche all’interno di questo partito e nella maggioranza. Si è visto che quell’atteggiamento ha portato alla concessione di una flessibilità che non è stata una concessione all’Italia”. “Ma tuttavia dobbiamo dire che la flessibilità non è sufficiente – ha proseguito – ciò che deve dire l’Italia non è riaprire una pagina del passato. Deve offrire un’agenda di sviluppo europeo che non può essere rinviata” mentre l’Ue “sta per decidere se sanzionare due Paesi, ovvero la Spagna e il Portogallo“, scelta che il premier giudica sbagliata.