Più di 20 ministri del governo ombra laburista, quindi il più stretto entourage di Jeremy Corbyn, hanno rinunciato alla poltrona, chiedendo le dimissioni del loro stesso leader. E i sondaggi che nella mattina di lunedì 27 giugno mostrano come l’elettorato di opposizione non voglia altro che lui si faccia da parte non aiutano di certo. A tre giorni dal risultato del referendum della Brexit, è bufera su Corbyn, capo del principale partito di sinistra nel Regno Unito, accusato di non aver fatto abbastanza negli ultimi mesi per convincere i britannici a votare contro l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea.

Corbyn, si sa, non è mai stato un europeista e più volte in passato ha votato contro Bruxelles, in parlamento a Westminster. Ma la posizione ufficiale del Labour negli ultimi mesi era comunque per il ‘Remain’, per il restare nell’Ue, una posizione ufficiale che però non sarebbe stata supportata – sostengono ora gli anti-Corbyn – dalla passione e dall’impegno dell’uomo alla guida dell’opposizione. E ora, appunto, quella che la stampa britannica chiama senza mezzi termini “la guerra civile interna al Labour”.

Fra domenica 26 e lunedì 27 giugno, però, Corbyn ha fatto sapere di non voler mollare. “Non posso tradire la fiducia dei miei elettori”, ha detto il parlamentare pacifista e terzomondista, forte dell’appoggio di quella base che nell’estate del 2015, con le primarie, lo mandò alla guida del partito. Di certo però, defezioni a parte, il comitato ristretto del Labour è ora chiamato a discutere una mozione di sfiducia contro lo stesso Corbyn e a votare su di essa. E nel pomeriggio di lunedì il leader del Labour affronterà anche il premier dimissionario conservatore, David Cameron, in un faccia a faccia a Westminster per una sessione speciale sulla crisi del Regno Unito in cui si prevede che i due si accusino a vicenda di non aver fatto abbastanza. Una situazione quasi da cabaret che solo fino a giovedì sarebbe stata impensabile per la stimata politica britannica.

Una situazione paradossale, con la politica nel caos, la sterlina in ribasso, le Borse di tutto il mondo nel delirio e persino con l’integrità territoriale del regno di sua maestà a rischio, fra la Scozia, che ora vuole l’indipendenza per continuare a restare con Bruxelles, e l’Irlanda del Nord, dove si teme che ora il fronte repubblicano faccia di tutto per l’unione con Dublino e per liberarsi dal giogo di Londra. E del resto era stata la stessa Theresa May, ministro dell’Interno di Cameron, a gettare delle ombre poche settimane fa, dichiarando alla stampa come ci fosse un rischio notevole per Londra e per il resto dell’Inghilterra derivante dall’eventuale ripresa delle ostilità, anche a causa dell’allora solo ipotetica Brexit. Il Regno Unito ha subito decenni di terrorismo interno: il ricordo è ancora troppo fresco.

Corbyn intanto, prima della resa dei conti a Westminster e con il suo stesso comitato interno, ha effettuato un rimpasto dei suoi ministri ombra. Spostamenti di pedine, poltrone da ricoprire, “anche per dare una risposta al paese in questo momento di crisi”, ha fatto sapere il leader laburista. Il partito così è sempre più spaccato fra la componente centrista – blairiana – e quella vicina a Corbyn. Una guerra interna che in realtà nei mesi precedenti il referendum della Brexit è sempre stata sotto traccia, con l’ex primo ministro Tony Blair, quello della guerra in Iraq, che ha accusato più volte Corbyn di essere “dannoso” per il Labour e per l’opposizione del Regno Unito.

L’Independent lo scrive chiaramente: questa è la peggiore crisi del Labour da quanto, nel 1935, il leader pacifista George Lansbury fu estromesso dal partito. Con Hitler e con i fascismi in tutta Europa non era di certo il momento per il pacifismo. Ed ecco così che, 81 anni dopo, un referendum consultivo sull’Unione europea ha disintegrato in pochi giorni uno dei più influenti partiti europei, gettandolo in una disperazione dovuta anche alla mancanza, al momento, di veri leader carismatici da proporre come eventuali sostituti. Nella serata di lunedì centinaia di sostenitori di Corbyn si riuniranno davanti al parlamento per sostenerlo moralmente e per chiedergli di non mollare: a quel punto, potrebbe essere già troppo tardi.