E’ stato un voto (anche) etico. Perché le spiegazioni politiche sono tante e giuste. Ma quando si verifica un fenomeno di così vasta portata come in queste elezioni 2016 – di cui la stampa mondiale giustamente sottolinea la centralità politica, ridicolizzando il tentativo di Matteo Renzi di attribuirle disperatamente un carattere locale – entrano in ballo elementi psicologici che toccano anche la visione del mondo propria dell’elettore. Perché le ideologie sono certamente morte nel loro involucro novecentesco, ma milioni di uomini e donne non hanno perso una visione (magari spesso confusa) di tavole di valori, di principi che promuovono o danneggiano il bene comune. Altrimenti non si capirebbe il consenso enorme che tra credenti e non credenti circonda il messaggio religioso e laico insieme di papa Francesco.

Quanto più il voto è liquido, quanto più l’elettore è svincolato da fedeltà predeterminate tanto più è composito il mosaico di motivazioni, che lo spingono a mettere una crocetta e non l’altra sulla scheda elettorale.

In queste elezioni è venuto a conflagrare un disgusto e un risentimento per lo stile brutale e cinico di fare politica del bullo Matteo Renzi (copyright dell’editorialista conservatore Piero Ostellino). Non si possono passare tre anni a insultare sprezzantemente i propri compagni di partito, una parte del proprio elettorato, i sindacati, i magistrati, i costituzionalisti, gli ambientalisti. Non si possono passare tre anni a violentare sistematicamente il parlamento con super emendamenti, voti di fiducia e canguri, impedendo il libero gioco della democrazia rappresentativa. Non si possono passare tre anni a definire “cretini” con gli epiteti più vari (dal gufo in giù…) coloro che avanzano critiche e controproposte.

L’elemento etico, che magmaticamente ha contribuito a spostare voti, è molteplice. Si pensava a Palazzo Chigi che il grido di “trasparenza e legalità” – diffuso in tanti ambienti anche non pregiudizialmente antirenziani – fosse trascurabile demagogia. Invece è risuonato forte nelle urne. Se Maria Elena Boschi elogia in Parlamento e in tv il padre, dipingendolo come brav’uomo e sottacendo che già era stato sanzionato con multa dalla Banca d’Italia per malgoverno della Banca d’Etruria (“violazioni di disposizioni sulla governance, carenze nell’organizzazione, nei controlli interni e nella gestione nel controllo del credito e omesse e inesatte segnalazioni alla vigilanza”), c’è un elettorato che non perdona. E non dimentica i risparmiatori truffati finiti suicidi.

E se tra i milioni di italiani, che acquistano macchine, è ben nota la fatica per ottenere lo sconto di qualche centinaio di euro, c’è una parte di elettorato che vorrebbe sapere a che titolo il nuovo comandante della Guardia di Finanza Giorgio Toschi abbia acquistato le sue Mercedes con sconti di milioni di lire, quando già occupava una importante posizione pubblica, e perché la cosa sia del tutto indifferente a Renzi.

Le radici etiche della disaffezione di tanti elettori nei confronto dello stile Renzi si ritrovano nel duro giudizio di un piemontese come l’ex direttore di Repubblica Ezio Mauro, che già a maggio nel pieno delle reciproche polemiche su scandali e indagati tra Pd e Cinque Stelle, scriveva: “Diciamo subito che quel derby il Pd lo ha perso platealmente, perché il numero di amministratori di quel partito coinvolti in inchieste giudiziarie dovrebbe da solo far capire all’intero gruppo dirigente che c’è nella principale forza della sinistra un problema di selezione delle cosiddette “élite” grande come una casa, secondo solo al problema della nuova permeabilità clamorosa di quel mondo alla corruzione… “.

Etica è stata la silenziosa ribellione nelle urne contro chi dimentica le “due città”, che convivono nella medesima metropoli: il recinto custodito dei ben sistemati e le periferie esistenziali di chi è sempre stato emarginato o è stato violentemente spinto ai margini dalla grande crisi come tanta parte della classe media. Quel premier esibizionista, che si precipita a New York per festeggiare la vittoria italiana al US open di tennis, non trova il tempo di andare a Genova sconvolta dall’alluvione. Perché il suo volto deve stare accanto ai vincenti, mai accanto agli sfigati! Peccato che poi anche gli sfigati votino.

Etica è stata la rivolta contro lo smantellamento dello stato sociale imposto con i tagli lineari e la demagogia sull’Imu: sindaci senza risorse, scuole e ospedali lasciati deperire. Etica la ribellione contro la chiassosa ideologia leopoldina, che inneggiava istericamente alla fine del “posto fisso” e i cui cantori non si sono mai posti il problema dell’ascensore sociale rotto e della nuova servitù della gleba, che affligge le nuove generazioni sotto forma di precariato.

Ognuno fa le sue scelte. Renzi amava mostrarsi avvinghiato a Marchionne, il manager darwinista che disprezza il contratto nazionale, respinge le regole associative dell’organizzazione imprenditoriale, predica il vangelo dei bonus che non entrano mai nello stipendio costante. Ma intanto schiere di giovani si accorgevano di non avere nel governo un protettore contro l’uso spietato della flessibilità e l’erosione di ogni diritto in azienda attraverso il ricatto del licenziamento o della non proroga del contratto a termine.

Non c’è più un’unica motivazione ideologica che condizioni le elezioni. Una svolta come quella del 19 giugno ha radici molteplici. Sarebbe un grave errore, tuttavia, ignorare che in Italia (e anche altrove) si stanno affacciando alla ribalta generazioni refrattarie a una concezione della politica praticata solo come spietato gioco di potere a favore di clan e caste socio-economiche dominanti. Queste generazioni chiedono di più. Hanno un’etica. Attendono una nuova visione di società, al posto della giungla dei “vincenti” chiedono uno sviluppo dell’individuo e della comunità.