Una circoncisione fatta in casa, la febbre alta e infine l’arresto cardiaco in ospedale. E’ morto così un bambino ghanese di un mese che, trasportato d’urgenza all’ospedale Maria Vittoria di Torino, è deceduto dopo nemmeno un’ora dal ricovero. La polizia ha così denunciato per omicidio colposo la madre del piccolo: la donna, che ha 35 anni e da 5 vive in Italia con lo status di rifugiata, ha rivelato agli investigatori di avere somministrato al figlio una supposta di paracetamolo da 250 mg, il cui uso è consigliato solo al di sopra dei 12 kg di peso. Gli investigatori sono alla ricerca di un medico abusivo, ghanese, che ha effettuato l’intervento, mentre è stato rintracciato il padre, di 33 anni, anche lui originario del Ghana e in Italia con lo status di rifugiato.

Secondo quanto emerso nell’inchiesta, coordinata dal procuratore capo Antonio Smeriglio, la chiamata al 118 è arrivata dallo Spazio popolare Neruda, una ex scuola occupata. Proprio nella vecchia sede dell’istituto tecnico Casale, dove vivono un centinaio di famiglie senza casa o sotto sfratto, la famiglia ghanese è arrivata la sera del 29 maggio, portando il bimbo febbricitante. E sempre lì i genitori e il figlio di un mese hanno trascorso la notte. “Avevano circonciso il figlio, poi l’avevano bendato con una garza e gli avevano somministrato una tachipirina”, ha raccontato un occupante dello spazio Neruda. Il piccolo è arrivato in ospedale già in arresto cardiocircolatorio e tutti i tentativi di rianimazione sono stati vani. La struttura ha subito informato l’autorità giudiziaria. Secondo quanto si apprende saranno lo stesso Antonio Smeriglio e il Capo della mobile Marco Martino a occuparsi della vicenda e sarà il pm a dare l’incarico perché venga eseguita l’autopsia giudiziaria.

Il caso delle circoncisioni islamiche: in Italia il 50% delle operazioni sono fatte in casa
Il fenomeno delle circoncisioni fatte in casa o in ambienti non sterili, eseguite da persone non qualificate e che mettono a rischio i bambini, riguarda tutta l’Italia. A spiegarlo è stato Mustafa Qaddourah, pediatra e consigliere del Centro Islamico Culturale di Roma: “Il Sistema sanitario nazionale – ha detto Qaddourah – non riconosce la pratica se eseguita per motivi culturali e non medici, e questo porta chi non può permettersi di andare in clinica a rivolgersi a questi ciarlatani. Secondo le nostre stime il 30-40% dei musulmani preferisce eseguire la circoncisione nel paese di origine, ma un altro 30-50% si rivolge a personale non autorizzato, che opera in ambienti non idonei con il risultato di ammazzare i bambini o di provocare gravi malformazioni”. E ha aggiunto: “Casi come quello di Torino ci sono stati a Treviso come in Puglia, il fenomeno riguarda tutta l’Italia”.

Fare stima dei casi è difficile, ha affermato il pediatra, ma secondo una ricerca Caritas sono circa 50mila i bambini musulmani che, in età prescolare e scolare, sono stati sottoposti all’operazione. “Qui nel Lazio eravamo riusciti a ottenere un’ordinanza che autorizzava il policlinico Umberto I di Roma a eseguire l’intervento – ha proseguito Qaddourah – ma è stato messo un ticket di 480 euro. E’ una cifra troppo alta per moltissime persone, e se si va in una clinica privata costa ancora di più”. Una circoncisione non autorizzata, infatti, costa 30-50 euro. La soluzione, ha affermato l’esperto, possono trovarla le istituzioni: “L’appello che facciamo è quello di trovare una formula che preveda la possibilità di fare l’intervento attraverso il Servizio sanitario nazionale, con un ticket però che sia affrontabile. Bisogna evitare che ci siano altri bambini morti”.