Il vivace dibattito sulla riforma delle Soprintendenze disegnata dal ministro Dario Franceschini è un’occasione insperata. Non soltanto per avventurarsi nei meandri della nuova organizzazione del Mibact. Per osservare la geografia di un mondo sconvolto da separazioni (tra strutture museali e Soprintendenze) ed accorpamenti (tra soprintendenze archeologiche e paesaggistiche). Per affacciarsi su una dolorosa rivoluzione. Preparata dallo Sblocca Italia e rafforzata dal decreto Madia. Per avere un’idea sempre meno vaga sulla reale considerazione che il Governo nutre nei confronti del patrimonio, sugli strumenti attraverso i quali intende procedere alla sua tutela e valorizzazione. Su questi punti, sul segno opposto che essi avranno su aree archeologiche, palazzi, musei e tanti altri luoghi della cultura, ci si esibisce. Tra ragioni evidenti e più nascoste, argomentazioni pretestuose e evidentemente di parte. Ed è su questo terreno che nasce l’occasione insperata. La possibilità di fare un po’ di ordine.

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Quanto nel settore che in maniera onnicomprensiva può definirsi “dei beni culturali” a prevalere siano i particolarismi lo indiziano le troppe divisioni. Almeno quelle finora esistenti, tra Soprintendenze e Università e poi tra le specificità professionali. A partire dagli archeologi suddivisi in associazioni e confederazioni. Particolarismi che hanno deteriorato qualità e competenze. Delegittimato categorie. Impedito che legittime richieste venissero non solo accettate, ma perfino prese in considerazione. In questo contesto, lacerato da egoismi letali la Riforma ha selezionato. Ha diviso, facendo emergere le diversità. Mettendo da una parte gli ineffabili cortigiani del re. Quelli che per ingraziarsi il sovrano ne glorificano le scelte, tra un inchino e una riverenza. Dall’altra gli spiriti liberi. Quelli che senza convenienze, analizzano criticamente. Non è una questione da poco, nonostante non sia evidentemente una novità. Non lo è, soprattutto di questi tempi nei quali chi critica è “prevenuto” e così “fa il male del Paese”, come sostiene Renzi.

Certo è che la riforma Franceschini è un guado. Come lo è stata nei mesi passati la “Buona scuola”. Come quella ha sancito il sostanziale depotenziamento della figura dell’insegnante e quindi del suo ruolo così questa decreta la nascita di nuovi funzionari di Soprintendenza. Arricchiti di nuove funzioni, ma privati di strumenti per esercitare la tutela e, in diversi casi, di contatti con le strutture museali presenti nei territori di loro pertinenza. Così l’accettazione della riforma ne ratificherà la rilevanza futura. Ne modificherà irrimediabilmente gli indirizzi. Proprio per questo la protesta è più che legittima. Doverosa. Per questo dopo la due giorni romana, il 22 e il 23 marzo scorso, convocata da Assotecnici, Associazione Bianchi Bandinelli e Comitato per la Bellezza, una nuova occasione per mostrare il proprio dissenso ci sarà il prossimo 7 maggio a Roma quando una “manifestazione chiederà al governo Renzi di sospendere l’attuazione dello Sblocca Italia, della Legge Madia e delle ‘riforme’ Franceschini: perché si apra un vero dibattito, nel Paese e nel Parlamento, sul futuro del territorio italiano, bene comune non rinnovabile”.

Già il “futuro del territorio italiano”. Perché in gioco ci sono ambiti naturali e sovrapposizioni antropiche. Perché tra le pieghe di Leggi e Riforme c’è soprattutto questo. Il tentativo, ormai pienamente manifesto, di alleggerire le tutele e di spingere anche oltre ogni ragionevole buonsenso la valorizzazione del patrimonio storico-archeologico disseminato per l’Italia. Uno spritz da gustare all’ombra del tempio della Concordia, nella valle dei Templi? Un matrimonio da celebrare nelle terme romane di Fordongianus? Un set fotografico nelle ville di Stabia? Un b&b con affaccio sul foro romano, a Brescia? Tutto possibile! In attesa di nuove idee. Così si viaggia a vele spiegate verso l’alienazione dei Beni pubblici. Mentre la fruizione di tantissimi siti archeologici è ostacolata da chiusure che si protraggono da tempo e aperture “su richiesta”.

Non solo. Si continua a utilizzare il suolo come lo spazio nel quale aggiungere nuove edificazioni. Cambiano le funzioni, ma le aggiunte restano. Anzi è più che probabile che proseguirà la cannibalizzazione di città e ex campagne. Quanto questo costituisca l’esito non solo di politiche urbanistiche di pseudo-sviluppo, ma anche di politiche culturali senza visione e senza memoria lo dimostrano norme più che scellerate come quelle sul silenzio-assenso, introdotta dal decreto Madia.

Un delitto efferato insomma quello perpetrato ai danni della storia italiana da Franceschini, Madia e company con la regia di Renzi e la complicità di non pochi spregiudicati cortigiani.

“La bellezza c’è ma bisogna raccontarla”, ha detto il presidente del Consiglio, a Pietrarsa, nel napoletano, agli Stati generali del turismo. In fondo sono racchiusi in quel racconto la Riforma Franceschini delle Soprintendenze e prima ancora il bando per i mega-direttori dei maggiori musei italiani, ma anche lo Sblocca Italia e quindi la Riforma Madia. Un racconto evidentemente disinteressato a quella bellezza frequentemente evocata ma troppo spesso mortificata. Poco più che un oggetto da ammirare, da esibire, ma la cui considerazione è davvero poca. Per tutto questo Non è soltanto l’archeologia e neppure il Paesaggio ad essere in pericolo. Ma l’intera cultura italiana. Minacciata da quegli stessi che dovrebbero garantirne lo sviluppo. Sembra impossibile ed invece non lo è. L’Italia si appresta a diventare un Resort. Per ricchi.