Rischia di essere l’ultima Pasqua da senatore per Augusto Minzolini (Forza Italia). A meno, ovviamente, di clamorosi colpi di scena. Al momento alquanto improbabili. Oggi infatti la Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari di Palazzo Madama, presieduta da Dario Stefàno (Sel), comincerà a discutere della decadenza dell’ex “direttorissimo” del Tg1. Condannato in via definitiva a due anni e mezzo per peculato continuato a causa delle spese sostenute con la carta di credito della Rai – circa 65 mila euro che il diretto interessato ha poi restituito – fra giugno 2009 e dicembre 2011. Cioè quando era alla guida del principale telegiornale del servizio pubblico. E tutto questo per effetto della legge Severino, che in caso di condanna definitiva per reati contro la pubblica amministrazione con una pena superiore a 2 anni prevede la decadenza dalla carica pubblica, il parlamentare di FI potrebbe presto vedersi costretto ad interrompere con largo anticipo la carriera politica. Iniziata tre anni fa con l’elezione nelle liste del Pdl.

Si tratta comunque di una discussione preliminare, come tengono a precisare fonti della stessa Giunta parlando con ilfattoquotidiano.it. Per il voto finale bisognerà attendere almeno la prossima settimana, visto che lo stesso organismo con a capo Stefàno dovrà prima pronunciarsi sulla richiesta di autorizzazione all’uso delle intercettazioni di Silvio Berlusconi nell’ambito dell’inchiesta Ruby-ter. Poi l’ultima parola spetterà all’Aula del Senato, come accaduto proprio in occasione della decadenza del leader di Forza Italia. Una vicenda, quella che vede coinvolto l’ex cronista parlamentare della Stampa, cominciata proprio nel 2011, quando Minzolini è stato prima iscritto nel registro degli indagati e poi rinviato a giudizio per la già citata vicenda dell’utilizzo della carta di credito aziendale. Assolto in primo grado nel febbraio 2013 perché “il fatto non costituisce reato”, un anno e mezzo dopo (27 ottobre 2014) il senatore di FI è stato invece condannato in appello a due anni e sei mesi, con interdizione dai pubblici uffici per l’intera durata della pena. Prima del definitivo pronunciamento della Cassazione, che ha respinto il ricorso presentato dall’avvocato Franco Coppi (legale, fra gli altri, di Giulio Andreotti, Gianni De Gennaro e dello stesso Berlusconi).

Contattato da ilfattoquotidiano.it, Minzolini – tornato nel frattempo al giornalismo attivo dalle colonne de Il Giornale – ha preferito non commentare. Subito dopo la condanna in via definitiva, arrivata il 12 novembre 2015, intervistato da Libero l’ex direttore del Tg1 spiegò come fra le possibili cause della condanna in terzo grado potesse esserci anche il suo aver “puntato il dito su Giorgio Napolitano per le ambiguità nell’avvicendamento tra Berlusconi e Monti”. Visto anche il fatto che “il pubblico ministero, come in primo grado, chiese due anni”, mentre il collegio (di cui faceva parte anche il magistrato Giannicola Sinisi, già deputato dell’Ulivo) “aggiunse altri sei mesi per fare scattare la Severino e cacciarmi dalla politica, appioppandomi pure l’interdizione dai pubblici uffici che mi espelle dalla Rai”. E ancora: “La nostra, per dirla con Eugenio Scalfari, è una Democratura, una dittatura truccata da democrazia”. Il 15 dicembre dello scorso anno, inoltre, Minzolini è stato condannato a quattro mesi per abuso d’ufficio per aver rimosso Tiziana Ferrario dalla conduzione del telegiornale di Rai1 quando era direttore. “Questa sentenza – commentò il senatore azzurro – rappresenta un precedente sinistro e gravissimo per tutti i direttori della Rai oggi in carica”.