Il fatto che ieri Matteo Salvini si trovasse a Bruxelles e stesse andando proprio verso l’aeroporto Zaventem mentre scoppiava il primo ordigno, gli ha permesso di realizzare un vero e proprio reportage personale in diretta da Bruxelles, dal primo istante sui social media e, nelle ore successive fino a tarda sera, in televisione. Che la comunicazione di Salvini – come quella di altre destre in Europa e nel mondo – faccia appello alla paura per guadagnare consensi e in prospettiva, alla prima occasione elettorale, per ampliare l’elettorato, è cosa nota su cui poco c’è da aggiungere. Le polemiche, peraltro, sono sempre le stesse: da un lato, gli avversari lo accusano di sciacallaggio e strumentalizzazione delle tragedie, d’altra parte lui accusa gli avversari di buonismo e incapacità nell’impedire che le tragedie si ripetano.

Ora, mentre la posizione di Salvini è molto chiara e, come tale, facile da comunicare – il fatto che accogliamo migranti musulmani è causa unica e semplice del fatto che questi ci ammazzino, noi continuiamo ad accoglierli, dunque loro continuano ad ammazzarci – la posizione degli avversari è sempre troppo complessa e articolata per poter essere comunicata in modo efficace: che gli autori degli attentati siano migranti musulmani non implica che tutti i migranti musulmani siano potenziali attentatori, bisogna distinguere fra religione islamica e integralismo islamico, bisogna continuare ad accogliere chi varca i nostri confini per fuggire da guerre e persecuzioni, e così via. Troppe sfumature, troppi distinguo da un lato, grande nettezza dall’altro: ovvio che Salvini ha la meglio, altrettanto ovvio che in prospettiva, se le tragedie continueranno a essere frequenti, alla prima occasione elettorale la Lega potrebbe guadagnare un consenso in passato impensabile.

Che fare dunque? Come contrastare la comunicazione di chi cavalca la paura quando la paura cresce? La risposta a queste domande non si esaurisce in poche righe, ma implica un lavoro di comunicazione strategica attento, coerente e curato nei dettagli. Mi limito a un paio di annotazioni, che dovrebbero stare alla base di qualunque strategia di comunicazione seria:

(1) Inutile accusare chi strumentalizza una tragedia di strumentalizzare la tragedia, appunto: se rispondi a una strumentalizzazione (o anche solo la menzioni), non solo scendi allo stesso livello e finisci tu stesso per strumentalizzare la tragedia, ma dai centralità a ciò che vorresti tenere ai margini, ti metti al traino dell’avversario invece di guidare la comunicazione. Uno a zero a favore del primo che ha strumentalizzato.

(2) Inutile negare la paura. Inutile dire, in un momento di grande tensione collettiva come quello che segue un attentato terroristico, che non bisogna avere paura o che la paura va scacciata. La paura c’è, è inevitabile, e c’è da parte di tutti, anche di chi dice che non ce l’ha. L’unica strada è anzitutto riconoscerla (“capisco che abbiate paura…”, “tutti abbiamo paura in questi casi…”, “io stesso/a ho paura…”), quindi convogliarla, incanalarla verso azioni positive e costruttive, per evitare che si trasformi in panico o altre forme di irrazionalità, come quella di credere che tutti i musulmani siano potenziali attentatori (“stiamo lavorando affinché questo non debba più succedere…”, “potete contribuire alle operazioni di soccorso…”, “potete segnalare individui o gruppi sospetti al numero…”).

D’altro canto, che la paura sia inevitabile dopo un attentato terroristico è dimostrato dallo stesso Salvini: proprio lui che cavalca la paura si fa fotografare con la scritta #iononhopaura. Nega la paura ma le dà la centralità che merita in una comunicazione basata sulla paura. Astuto Salvini. Meno astuto chi gli risponde.