Tra la banca e lo Stato vince la banca: i proventi della vendita all’asta della villa sequestrata a Giancarlo Galan andranno a Veneto Banca. Alle casse del Paese finiranno – forse – le briciole. E dire che la residenza dell’ex ministro era stata sequestrata dai magistrati di Venezia come garanzia a seguito del suo arresto per corruzione nel giugno 2014 per il Mose.

Galan dopo 78 giorni di carcere aveva patteggiato una pena di 2 anni e 10 mesi oltre al pagamento di 2,6 milioni di euro a fronte dei 15 di cui secondo l’accusa si sarebbe impossessato illecitamente. A garanzia del pagamento il tribunale lagunare aveva sequestrato la cinquecentesca magione di Cinto Euganeo. Ma sulla villa grava un’ipoteca di Veneto Banca iscritta per un finanziamento da 1 milione 850 mila euro concesso alla società il prestito alla società Margherita srl dell’ex ministro e di cui appena 129 mila euro sono stati restituiti. Nel novembre 2015 il gip di Venezia, Giuliana Galasso, aveva ritenuto il diritto dello Stato prevalente a quello della banca giudicando così legittima la confisca della villa. Ma l’istituto di credito ha fatto ricorso e martedì è stata depositata l’ordinanza che ribalta la decisione iniziale e assegna alla banca il diritto di ricevere per prima i proventi della vendita.

Secondo quanto riportato ieri dal Corriere del Veneto, nell’ordinanza di martedì il gip Roberta Marchiori ha riconosciuto la prelazione alla banca sostenendo che non spetta al giudice penale la valutazione di merito. Ora, salvo eventuali possibili ricorsi in Cassazione, la villa dovrà essere messa all’asta.

I legali di Galan, Antonio Franchini e Niccolò Ghedini, hanno stimato il valore della casa in 3 milioni 500 mila euro mentre i periti del tribunale avevano calcolato una cifra di un milione inferiore. Anche se dovesse essere venduta al prezzo di 3,5 milioni, dopo la prelazione della banca non rimarrebbero comunque fondi sufficienti a Galan per saldare il debito con lo Stato. Ma questo “non è un problema di Galan”, “Noi abbiamo fatto una datio pro solutum e la procura sapeva benissimo che c’era l’ipoteca della banca”. In pratica “abbiamo dato l’immobile con una stima di 3,5 milioni come datio pro solutum, quindi, visto che l’esistenza della ipoteca era ben nota, è un problema per Veneto Banca e per la procura della Repubblica di Venezia che immagino ora farà ricorso in Cassazione contro l’ordinanza”.

Secondo l’accusa, sostenuta dal pubblico ministero Stefano Ancilotto, il prestito era stato concesso in tre distinte rate: febbraio 2009 un milione di euro, agosto 2012 altri 300 mila euro e il resto a dicembre 2012. In questi tre frangenti non era mai stata chiesta né fornita una garanzia, nonostante l’ammontare dell’esposizione fosse ben superiore allo stesso capitale sociale della srl di appena 20 mila euro. La garanzia viene invece registrata nel marzo 2013, immediatamente dopo l’arresto di Claudia Minutillo, assistente di Galan, avvenuto il 28 febbraio. E soprattutto, secondo gli inquirenti, subito dopo la pubblicazione da parte della stampa della notizia che Minutillo stava collaborando con i magistrati per ricostruire la rete di tangenti che ruotava attorno al Mose. Ancilotto ha parlato dunque di “collusione” tra l’ex governatore del Veneto e l’istituto di credito finalizzata a sottrarre la villa allo Stato.

Saputo che Minutillo era in carcere e collaborava, Galan non poteva ignorare che le parole della segretaria avrebbero portato gli inquirenti fino a lui e così – ragiona l’accusa – avrebbe deciso di iscrivere ipoteca sull’abitazione nel tentativo di sottrarla al sequestro. Tesi accolta ma ribaltata martedì scorso. Ora la villa sarà messa all’asta e il ricavato finirà nelle casse della banca. Allo Stato resteranno le briciole. Forse.

dal Fatto Quotidiano del 17 marzo 2016