Non tutti nel sindacato sono pro trivelle. A livello locale i rappresentanti dei lavoratori, in particolare della Cgil, si dissociano dalle parole delle tre confederazioni nazionali che hanno annunciato l’opposizione al referendum contro la ricerca di gas e petrolio in mare. Mentre Filctem Cgil, Femca Cisl e Uiltec Uil sono preoccupate principalmente per i troppi posti di lavoro a rischio (“migliaia”, sostengono), chi vive sulla propria pelle gli effetti dell’inquinamento preferisce mettere in primo piano la salute. Insomma, tra i lavoratori c’è una spaccatura e ciò che li divide è la scelta tra la tutela dell’ambiente e quella del lavoro. Due temi vitali, due interessi difficili da bilanciare.

Il 17 aprile gli italiani dovranno decidere se abrogare la legge che prevede il rinnovo, fino all’esaurimento dei giacimenti, delle concessioni per estrarre gas e petrolio entro le 12 miglia dalla costa italiana. Secondo i ‘no triv’ le multinazionali del greggio vanno fermate per evitare ripercussioni negative ambientali e sanitarie. Va da sé però che, se al referendum dovesse vincere il sì, i 21 impianti off shore che si trovano a ridosso della costa dovranno chiudere tra cinque o dieci anni. Il rischio è rimanere “tutti a casa”, dice il segretario generale della Filctem-Cgil, Emilio Miceli.

Ma a livello locale i lavoratori della Cgil la pensano diversamente, tanto da far emergere una vera e propria crepa nel sindacato guidato da Susanna Camusso. E non si tratta di effetto nimby (“not in my backyard”, cioè “non nel mio giardino”), assicurano i sindacalisti territoriali. Che negano l’allarme lavoro: secondo loro i posti persi si possono rimpiazzare rilanciando l’energia “green”. Così quattrocento quadri e dirigenti della Cgil hanno firmato un appello per dire stop alle trivelle e votare sì al referendum. Tra loro tantissimi segretari regionali e delle camere del lavoro, specialmente di Piemonte, Campania, Calabria, Puglia e Basilicata. “L’esito del referendum – spiegano i firmatari dell’appello – non toglierebbe lavoro a chi lo ha oggi, perché il quesito prevede che le concessioni già date entro le 12 miglia dovranno essere prorogate fino alla fine naturale del giacimento”. Quindi “riguarda i posti di lavoro futuri: ma rispetto a quelli dovremmo prendere atto che non ha senso accanirsi a perpetuare il fossile quando il mondo va in direzione contraria”. Questo vuol dire puntare sulle energie alternative che “possono essere accompagnate con i sostegni al reddito, la formazione e la riconversione, come si è sempre fatto con settori produttivi che andavano a esaurimento”.

Anche in Basilicata (regione capofila del no alle trivelle) la Cgil locale ha invitato a votare sì alle urne. Secondo la sigla lucana infatti c’è urgenza “di una transizione a un nuovo modello energetico, democratico e decentrato, 100% efficienza energetica e rinnovabili, grande opportunità di crescita economica e di nuova e qualificata occupazione per il nostro paese”. Tra i pro-referendum anche la segreteria Filctem di Avellino: “Vista l’esperienza negativa di Solofra e la difficoltà ad avere anche una depurazione efficace, abbiamo i fiumi esposti ad enormi rischi, quindi unitamente alle sorgenti da tutelare riteniamo che debba essere primario per il nostro territorio il principio di precauzione”.

Insomma, i sindacati locali non vogliono sentir parlare di trivelle. Sta di fatto che il problema lavoro c’è, per lo meno fino a quando il modello energetico italiano non si convertirà realmente al “green”. Solo a Ravenna, dove Eni gestisce tutte le attività di estrazione, esplorazione e perforazione per l’Italia Centro-settentrionale, rischiano il posto oltre 500 lavoratori diretti e oltre 6mila tra indiretti e indotto, includendo le grandi multinazionali specializzate (Baker Hughes, Saipem, Halliburton, Schlumberger) e le numerose aziende appaltatrici. In Abruzzo per duecento lavoratori sono già state aperte procedure di mobilità, senza contare l’indotto. Si parla di licenziamento per 101 dipendenti di Baker Hughes, 48 di Halliburton e 37 di Weatherford.

Secondo la Filctem-Cgil nazionale, se vincesse il sì al referendum, “molte imprese chiuderebbero i battenti, facendo emigrare verso altri lidi frotte di ingegneri e di complesse infrastrutture tecnologiche e logistiche che rischiamo di perdere, insieme a migliaia di posti di lavoro nell’indotto”. Dello stesso avviso la Uiltec nazionale: “a rischio ci sono imprese e quindi posti di lavoro, sia diretti che dell’indotto, con la conseguenza di mettere in ginocchio intere aree e territori, già fortemente martoriati dalla crisi”.

Dunque ambiente contro lavoro? Assolutamente no, assicurano i sindacati. Anzi in caso di affermazione dei sì al quesito referendario – sostengono le federazioni dell’energia della Cisl, Femca e Flaei – non è detto che l’ecosistema ne avrebbe beneficio: diminuirebbe la produzione nazionale e quindi “aumenterebbero le importazioni di petrolio e gas e il traffico delle petroliere nei nostri mari provenienti da Paesi lontani. Di conseguenza non diminuirebbero le emissioni”.