Sono 66.097 i ricercatori precari dell’università italiana. Più di tutti i professori e i ricercatori a tempo indeterminato messi assieme. Se gli atenei riescono ad andare avanti, nonostante i finanziamenti ridotti al lumicino, è anche grazie al loro lavoro, spesso gratuito. Eppure restano degli invisibili cui non è concessa alcuna forma di contratto, in aperta violazione delle regole imposte dall’Europa. Perciò il Coordinamento nazionale ricercatrici e ricercatori non strutturati ha promosso da un mese uno sciopero bianco, anzi “sciopero alla rovescia”, per il riconoscimento della ricerca come lavoro. Il 29 febbraio il Coordinamento si riunisce a Torino, dove la protesta ha ottenuto il sostegno di interi dipartimenti dell’ateneo, per raccontare l’impegno quotidiano dei ricercatori precari e rendere pubblici i dati di un’indagine interna che restituisce uno spaccato impressionante del mondo delle università.

“I precari rappresentano più della metà del personale che nelle università si occupa di ricerca e didattica”, denuncia il Coordinamento delle ricercatrici e dei ricercatori non strutturati. Secondo i dati Miur del 2014 il numero di borsisti, assegnisti, ricercatori a contratto e consulenti, tutti con contratti in scadenza, ammonta a ben 66.097 a fronte dei 51.839 ricercatori di ruolo, professori associati e ordinari. Questo significa che “in Italia la maggioranza della ricerca e della didattica a livello universitario è affidata a loro”.

Il Coordinamento ha raccolto di dati su un campione di 1.200 non strutturati in tutti i macrosettori della ricerca. La ricerca stima che i soli assegnisti, espressamente pagati per fare ricerca, hanno fornito nella loro carriera un contributo gratuito pari al lavoro di tutti i dipendenti della regione Piemonte per 2 anni. I precari sono essenziali per lo svolgimento degli esami, seguono i tesisti, si occupano di mansioni amministrative e di incarichi all’esterno per l’università (perizie, formazione, consulenze). Ma, soprattutto, insegnano. Il coordinamento stima che gli attuali assegnisti italiani hanno tenuto lezione in corsi di cui non sono titolari per una quantità di ore che è pari a 10,6 volte tutta l’offerta formativa dell’università di Milano Statale.

Il loro impegno nel mandare avanti l’università è tutt’altro che residuale. Qui non si tratta di pochi mesi o di qualche anno in attesa di stabilizzazione. I non strutturati censiti dal sondaggio hanno concluso mediamente da 5 anni il dottorato di ricerca e da allora hanno già lavorato 10 mesi gratuitamente, senza alcuna certezza per il loro futuro. Hanno scritto progetti (mediamente 7 nella propria carriera), eseguito consulenze per l’università (14 in media), partecipato a gruppi di ricerca stranieri (6 in media), pubblicato (mediamente 25 tra articoli, libri, curatele, atti di convegni) e realizzato brevetti (2 in media). Hanno lavorato mediamente 55 ore a settimana, spesso costretti a trascurare proprio ciò per cui sono realmente pagati, ossia la ricerca: l’80% dichiara di fare fatica a fare ricerca proprio perché spesso impegnato in attività didattiche e amministrative.

Perché lavorare gratis e per così tanto tempo? “È la trappola dei lavori in cui non si timbra il cartellino, in cui continui ad andare avanti un po’ perché devi un po’ perché ci tieni”, spiegano Joselle Dagnes e Marianna Filandri, assegniste di ricerca a Torino e promotrici del Coordinamento nazionale. “Se stai lavorando da mesi, o da anni, a un progetto e finisce il contratto ma devi scrivere o andare a presentare i risultati del tuo lavoro cosa fai? Lasci perdere tutto? Nella realtà succede che non solo partecipi al convegno internazionale che era programmato, ma ti paghi pure il viaggio...”.

“Continui ad andare avanti un po’ perché devi, un po’ perché ci tieni. E ti paghi pure i viaggi di lavoro”

Peraltro la situazione italiana vìola apertamente quanto sancito dalla Carta Europea dei Ricercatori. La Commissione europea, che eroga i fondi per la ricerca, pretende che gli assegnisti siano inquadrati come lavoratori. “L’Unione europea pretende che gli assegnisti abbiano un contratto di lavoro, altrimenti non è disposta a finanziare neppure i bandi già vinti – spiegano le ricercatrici-. Su questo punto c’è un contenzioso tra il Miur e l’Unione europea che se ci vedesse perdenti si trasformerebbe in un disastro. La ricerca in Italia si bloccherebbe del tutto”.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso di una situazione già al collasso, e che ha dato il via alla protesta, è stata la bocciatura, lo scorso 15 dicembre, dell’emendamento alla legge di Stabilità 2016 che chiedeva l’estensione agli assegnisti, ai dottorandi e ai titolari di borse di studio dell’indennità di disoccupazione prevista per gli altri lavoratori parasubordinati. Il ministero del Lavoro ha risposto picche appellandosi alla “natura speciale del rapporto di ricerca” che a suo dire prevederebbe “una forte componente formativa”. Una componente che impedisce di essere contrattualizzati come lavoratori ma, a quanto pare, non crea nessun ostacolo perché i ricercatori precari, anziché fare ricerca, continuino ad insegnare e svolgere compiti amministrativi, mantenendo in vita un settore, l’università, cui sono destinate le briciole degli investimenti pubblici. Meno dell’1 per cento del Pil, quando gli accordi europei (Trattato di Lisbona e Consiglio Europeo di Barcellona) fissano la soglia dei finanziamenti per ricerca e sviluppo a un minimo del 3 per cento.

Se davvero avesse ragione il ministro Giuliano Poletti nel sostenere che la ricerca non è lavoro, bisognerebbe ammettere che l’università italiana sopravvive grazie al non-lavoro di decine di migliaia di precari. “Dopo Torino organizzeremo un altro incontro nazionale, prima dell’inizio della primavera”, spiegano gli organizzatori. “Vogliamo che tutti i soggetti interessati a questo tema si siedano attorno a un tavolo per costruire insieme una Carta della ricerca pubblica”. Intanto la mobilitazione ha già ottenuto l’endorsement del fisico Giorgio Parisi che con altri 69 scienziati italiani ha promosso sulla rivista Nature una campagna dal titolo inequivocabile: “Salviamo la Ricerca Italiana”. Per chiedere che il governo “porti i fondi per la ricerca a un livello superiore a quello della pura sussistenza”. Una petizione sottoscritta già da 50mila firme. “Sono assolutamente favorevole a dare tutte le possibili garanzie a chi fa ricerca” ha dichiarato Parisi in un’intervista a il Manifesto “dico di più: bisogna considerare lavoro anche il dottorato. Bisogna raddoppiare questi posti e riconoscere a tutti un vero contratto di lavoro, oltre che i diritti previdenziali”.