“I principi fondamentali del Partito democratico sono l’ascolto e la democrazia partecipata e, dato che il referendum è uno strumento di democrazia partecipata, quando viene invocato dovrebbe essere agevolato dal Governo Renzi e non pregiudicato”. Il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano si dice “addolorato” commentando a ilfattoquotidiano.it la scelta del consiglio dei ministri di fissare al 17 aprile il referendum anti-trivelle. Bocciando così l’ipotesi di accorpamento con le amministrative e mostrando “poco rispetto per le Regioni”. E si unisce all’appello del presidente del Consiglio regionale della Basilicata, Piero Lacorazza (anche lui del Pd) affinché intervenga il capo dello Stato. In effetti la campagna referendaria si aprirà formalmente solo con il decreto di indizione del presidente Sergio Mattarella e solo a partire da quel momento i media saranno tenuti a concedere ai delegati regionali gli spazi previsti. Su questo puntano gli ambientalisti e il Movimento No Triv. “Anche perché – spiega il costituzionalista Enzo Di Salvatore a ilfattoquotidiano.it – dinanzi alla Corte costituzionale pendono ancora due conflitti di attribuzione che potrebbero salvare due quesiti. Sarebbe assurdo ‘spacchettare’ il referendum come vuole fare il governo”.

IL GOVERNATORE EMILIANO – La rinuncia della Petroceltic a cercare petrolio al largo delle Isole Tremiti, accompagnata dalla nota del ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi che sperava nella fine di “alcune strumentalizzazioni sul tema delle attività di ricerca in mare”, non è bastata a siglare la tregua tra il governatore della Puglia e il Governo Renzi. Tutt’altro. E se pochi giorni fa Michele Emiliano ha commentano quella notizia dicendo che era “prevalso il buon senso” e che si trattava di “una grande vittoria” pur ricordando la battaglia del referendum, oggi i toni sono di amarezza. Per un dialogo che non c’è e non c’è mai stato. “Abbiamo capito che il governo ritiene inutile consultare il popolo sulla questione delle trivellazioni – dice Emiliano – e così cerca di rendere la consultazione meno significativa”. Poi un messaggio diretto: “Spero che il Partito democratico voglia iniziare un dialogo e che anche Mattarella spieghi al presidente del consiglio quale sia la strada da intraprendere”. A nome del comitato delle Regioni promotrice, Emiliano sottolinea così la necessità di un incontro con il premier e chiede “con grande garbo al presidente Renzi di agevolare la consultazione elettorale”.

NO TRIV: SCHIAFFO ALLA DEMOCRAZIA –  Per il Movimento No Triv la decisione del Governo Renzi è uno “schiaffo alla democrazia” motivato dalla consapevolezza di perdere la battaglia contro le trivelle. “Il governo Renzi ancora una volta fa il contrario di quello che dice – afferma Enrico Gagliano, esperto di politiche energetiche del Coordinamento Nazionale No Triv –  e nello stesso consiglio dei ministri rinvia il provvedimento per erogare gli indennizzi ai risparmiatori truffati da Banca Etruria pari a 200 milioni, e brucia 360 milioni di euro per impedire l’election day”. Il Movimento fa appello dunque al capo dello Stato Sergio Mattarella considerando “che si vada al voto in tempi così ravvicinati, non si consente che gli elettori siano adeguatamente informati sul referendum”.

IL REFERENDUM ‘SPACCHETTATO’ – Il costituzionalista Enzo Di Salvatore pone una questione tecnica. “È evidente il tentativo di boicottare il referendum ‘spacchettando’ i quesiti” spiega. Dinanzi alla Corte Costituzionale pendono ancora due conflitti di attribuzione promossi dalle Regioni nei confronti del Parlamento e dell’Ufficio Centrale per il Referendum (Cassazione), che la Legge di Stabilità non aveva soddisfatto. Entro le prossime settimane dovrebbe arrivare una risposta. “Nel caso l’esito del conflitto fosse positivo – dice Di Salvatore – si voterebbe per altri due quesiti, uno relativo al piano delle aree e l’altro alla durata dei titoli in terraferma”. Quindi il referendum potrebbe svolgersi su tre quesiti e non solo su uno. Stando alla decisione presa dal consiglio dei ministri un quesito verrebbe presentato il 17 aprile e per l’altro bisognerebbe rinviare. “Vorrebbe dire – conclude Di Salvatore – che nel 2016 gli italiani saranno chiamati alle urne ben quattro volte”. Per i due referendum abrogativi sui tre quesiti, per le elezioni amministrative e per il referendum costituzionale.