L’adozione del figlio acquisito, per la quale viene utilizzata l’espressione inglese “stepchild adoption“. E i diritti e i doveri all’interno delle unioni civili. Sono questi i due punti sui quali si concentra il confronto politico sul disegno di legge firmato dalla renziana Monica Cirinnà. L’adozione del figlio acquisito è regolata dall’articolo 5 del testo, di diritti e doveri si parla all’articolo 3. Ma se da una parte la stepchild adoption è ormai da settimane il nodo gordiano che il Pd non riesce ancora a sciogliere per trovare un punto di caduta, i cattolici del Pd hanno posto un’altra questione come dirimente: quella di emendare l’articolo 3 che, a loro parere, autorizzerebbe, di fatto (superando anche la stepchild adoption), l’adozione del figlio del partner.

L’articolo 3, nel quarto comma, disciplina infatti le disposizioni del comma 3 (sui diritti e doveri delle coppie gay) chiarendo che queste “non si applicano alle norme del codice civile non richiamate espressamente nel ddl “nonché – ed è qui che si nasconderebbe il nodo – alle disposizioni di cui al Titolo II della legge 4 maggio 1983”. Titolo II che, tuttavia, non include l’adozione del figlio del partner, disciplinata dall’articolo 44, Titolo IV, della legge sulle adozioni. Da qui la richiesta dei cattolici: cambiare l’articolo 3 perché, così, rischia di essere interpretato come una legittimazione dell’adozione del “figliastro”. La richiesta, che i sostenitori dell’adozione derubricano ad una “trappola”, di fatto complica le cose e rischia di allargare la previsione del voto di coscienza sull’articolo 5 anche agli emendamenti all’articolo 3. Con una postilla: la contrarietà, nel merito, dei cattolici Pd alla stepchild adoption.

A meno di 48 ore dalla prova dell’Aula, chiamata a votare le pregiudiziali di costituzionalità martedì, le unioni civili vedono dunque il Pd stretto tra chi, al suo interno, non vuole la stepchild adoption e chi, invece, mette in guardia il gruppo su eventuali mediazioni che intacchino i diritti. E a complicare la partita subentra la contrarietà al ddl – plasticamente mostrata al Circo Massimo ieri – della grande maggioranza di Forza Italia (che come sulle riforme istituzionali ha cambiato idea in corsa), di una buona parte di Area Popolare e della Lega Nord. Insomma, il ritorno del centrodestra unito. Con il Movimento Cinque Stelle che, di fronte ad una mediazione giudicata “al ribasso”, potrebbero abdicare dalla sponda assicurata al Pd.

Numeri trasversali che al momento vedono, tra i contrari all’adozione, circa 30 senatori del Pd, 31 esponenti di Ap, 12 leghisti, 10 senatori Cor, 15 del gruppo Gal e 30-35 esponenti di Forza Italia: in tutto sono circa 120 voti, ma l’approvazione dell’articolo 5, viaggia in acque tutt’altro che sicure. Allo stesso tempo, però, i contrari alla stepchild adoption non hanno una linea comune, con gli alfaniani che, almeno in parte, bocciano, assieme a Fi e alla Lega, anche la proposta dei cattolici Pd dell’affido rafforzato. Di certo, per cercare una via d’uscita il Pd sta tentando di “recuperare” una parte di Ap e tutto il suo gruppo: l’intento è far rientrare in gran parte la maggioranza delle riforme (verdiniani compresi) senza, tuttavia, perdere il sostegno dei “laici”, a partire da Sel.