“Rimpatriare 80 mila persone? Ѐ difficile e molto costoso. Ho l’impressione che l’idea del governo svedese sia più una manovra politica che una possibilità concreta”. Francesco Cherubini, docente di Diritto dell’Unione Europea all’Università Luiss “Guido Carli” di Roma e autore di numerose pubblicazioni sul diritto d’asilo, spiega a IlFattoQuotidiano.it le difficoltà di un provvedimento come quello annunciato dal governo di Stoccolma sul rimpatrio degli immigrati che non hanno ottenuto il diritto d’asilo. Le percentuali dicono che solo il 35% degli irregolari identificati vengono rimpatriati. Numeri che non tengono conto di quelli non ancora registrati. “Ma dichiarazioni del genere – aggiunge Cherubini – possono provocare una fuga degli irregolari dalla Svezia verso i Paesi Ue confinanti. È questa la vera minaccia di Stoccolma nei giorni in cui si stanno ridiscutendo le politiche europee sull’immigrazione”.

Dal punto di vista legislativo, la proposta del ministro degli Interni, Anders Ygeman, è applicabile. Ciò che la rende inverosimile, però, sono le procedure necessarie perché questa possa diventare esecutiva. “La prima cosa da verificare – spiega il docente – sono le garanzie sull’incolumità di ogni singolo immigrato irregolare che viene rimpatriato nel Paese di provenienza, sempre che si sia riusciti a stabilire quale questo sia. Se esiste la possibilità che dopo il ritorno la persona possa veder violati i propri diritti fondamentali o messa in pericolo la sua sicurezza, allora il rimpatrio è vietato per legge”. Criteri che già limitano il numero di rimpatri, visto che molti dei migranti provengono da Paesi come Siria, Iraq, Afghanistan o Libia.

Inoltre, per poter organizzare un rimpatrio è necessario che esistano già degli accordi tra il Paese membro dell’Ue e quello di provenienza. “Queste intese formalmente esistono – continua Cherubini – ma la loro applicazione non è sempre automatica. Quando vengono firmate, i Paesi europei stanziano dei fondi agli Stati da cui provengono gli immigrati per far fronte all’emergenza. In cambio ottengono un accordo sui rimpatri. Il problema è che, quando si arriva al momento di rispedire le persone nel proprio Paese, i governi stranieri cercano sempre di limitare il ritorno dei propri connazionali. Anche così si spiegano le percentuali di irregolari identificati e rimpatriati che non superano il 35%. Ci sono poi casi come quello della Libia: con quale istituzione ti relazioni per organizzare un rimpatrio?”.

Un’altra possibilità è quella di trovare un accordo non con i Paesi di provenienza, ma con l’ultimo da cui i migranti passano prima di entrare in Europa. Nella maggior parte de casi, soprattutto dal 2015, quando è esplosa la rotta balcanica, si tratta della Turchia. È così che l’Olanda, nel suo semestre di presidenza dell’Unione Europea, sta discutendo con Ankara e i principali Paesi dell’unione i seguente piano: Bruxelles si impegna ad accogliere 250 mila rifugiati attualmente nel Paese del presidente Recep Tayyip Erdoğan in cambio della possibilità di respingere in Turchia ogni migrante che sbarcherà in Grecia. Un’opzione che, nonostante i 3,2 miliardi di euro stanziati dall’Ue a favore della Turchia per gestire i flussi migratori, non può prescindere da un adeguamento delle leggi turche che devono garantire un’accoglienza dignitosa ai migranti respinti dall’Ue.

“Se questo accordo venisse stipulato – continua Cherubini – Ankara dovrebbe garantire il rispetto dei diritti fondamentali e l’incolumità di queste persone”. Con il Paese che ospita già 2,2 milioni di rifugiati siriani, una politica di rimpatri di questo tipo, affiancata dai respingimenti pensati dall’Olanda, rischierebbe di trasformare la Turchia in un enorme campo profughi impossibile da gestire.

Le prevedibili difficoltà nell’applicazione dei piani di Svezia e Olanda fanno pensare a dichiarazioni con un intento politico, nei giorni in cui si stanno ridiscutendo le politiche europee in materia di immigrazione. “Il clima che si respira negli ultimi giorni – conclude Cherubini – è proprio quello di un tira e molla dovuto alla ridiscussione delle politiche europee. Dichiarazioni come quelle del governo svedese sono intese a dar vita a una fuga in massa degli irregolari dalla Svezia che, così, si rifugerebbero nei Paesi Ue vicini. Una minaccia simile a quella del blocco per due anni di Schengen, opzione che provocherebbe gravi danni economici al commercio di tutti i Paesi dell’Unione”.

Twitter: @GianniRosini