Degenti post-operatori, soggetti affetti da artrite cronica, persino malati terminali. E ciclisti. Il minimo comune denominatore fra campioni delle due ruote e pazienti che cercano sollievo dalla sofferenza si chiama tramadolo: un oppioide facilmente reperibile in commercio che allevia il dolore. Non è proibito dalla Wada, nonostante le ripetute richieste dell’Uci (Unione Ciclistica Internazionale) o della Cadf (Fondazione Anti-doping ciclismo). E nell’ultimo anno di monitoraggio è stato trovato nel sangue di ben 675 ciclisti professionisti. Una percentuale altissima, senza paragoni in nessun’altra disciplina. Perché nel ciclismo non esistono solo epo e ormoni, il doping propriamente detto, quello illegale, che fa scandalo e distrugge le carriere. Esiste anche il “nuovo doping”, che non è neppure vietato e diventa prassi in gruppo: l’abuso di farmaci comuni. Come il tramadolo, appunto. “Un aiuto formidabile per chi è affetto da patologie”, spiega a ilfattoquotidiano.it il farmacologo Antonio Calignano. “Per chi invece è sano come un atleta si tratta di una scorciatoia deprecabile”. E pericolosa: l’abuso di tramadolo può causare lesioni e dipendenza a lungo termine. E potrebbe essere una delle cause delle troppe cadute in gruppo.

IL RAPPORTO CHOC – Il documento Wada contiene i risultati del programma di monitoraggio nell’anno 2014, l’ultimo disponibile. Ci sono alcune sostanze che, pur avendo effetti inquinanti e pericolosi, per varie ragioni non sono ancora qualificate come doping, ma vengono monitorate nelle gare delle discipline olimpiche. Stimolanti come la caffeina e la nicotina, glucocorticoidi, narcotici tra cui il tramadolo. E i risultati sono eloquenti: nel 2014 sono stati addirittura 675 (su un totale di 12.603 campioni analizzati in forma assolutamente anonima, come prevede il protocollo di monitoraggio) i casi di positività al tramadolo nel ciclismo. Positività che scatta sopra la soglia dei 200 nanogrammi per milligrammo. Una quantità consistente, per un utilizzo diffuso: siamo sopra il 5%. Cinque casi su 100, quando in media nelle altre discipline se ne trova uno ogni mille. “Numeri che parlano da soli, non abbiamo molto da aggiungere”, commenta Francesca Rossi, direttrice della Fondazione Anti-doping (Cadf) che ha denunciato il problema.

NIENTE DOLORI, MENO FATICA – Per capire perché la sostanza sia così diffusa fra i ciclisti basta procurarsi una scheda tecnica del farmaco: si tratta di un oppioide sintetico, utilizzato per stati dolorosi acuti o cronici. “Parliamo di un oppiaceo debole che agisce sui sistemi neurotrasmettitori che fanno da filtro agli impulsi del dolore: il segnale arriva lo stesso al cervello, ma meno intenso. E se si resta sotto la soglia del dolore il corpo lo tollera molto più facilmente”, spiega Antonio Calignano, professore ordinario di farmacologia all’Università degli Studi di Napoli. In soldoni, un palliativo tremendamente efficace. “In una scala da uno a tre, abbiamo sul gradino più basso analgesici e antinfiammatori, su quello più alto gli oppiacei forti come la morfina. In mezzo ci sono gli oppiacei deboli: il tramadolo è molto più forte del semplice paracetamolo e molto più debole (ma più facilmente reperibile) della morfina”. Di qui si intuisce il suo risvolto sportivo: “L’assunzione durante la pratica elimina gli effetti della fatica: meno dolori muscolari o cervicali, niente crampi. Non migliora la prestazione in potenza, ma permette sforzi che altrimenti non sarebbero possibili”.

FACILE DA REPERIRE E DA ASSUMERE – Gli altri vantaggi del tramadolo sono nella sua facilità di acquisto e consumo. Diversamente dagli oppioidi forti, il tramadolo infatti è legale nella maggior parte degli Stati europei (tra cui anche l’Italia), e può essere venduto senza specifica prescrizione per stupefacenti. Altrove, ad esempio in Sudamerica e in Asia (e secondo alcune voci anche in Spagna) è disponibile addirittura come farmaco da banco. In ogni caso basta una ricetta comune per procurarselo: e trattandosi dell’unico oppioide prescrivibile per cefalea, anche i medici non hanno imbarazzi a consigliarlo. Tante case farmaceutiche lo vendono in gocce, ideale per l’assunzione in corsa: basta versarlo nelle borracce e il gioco è fatto. “Per soluzione orale agisce subito, meno di un’ora dalla somministrazione”. Per questo è così utilizzato. Ma non è tutto oro quel che luccica: “È un farmaco e come tale ha degli effetti collaterali”, spiega Calignano. “L’abuso può essere molto pericoloso”.

CORRIDORI “NARCOTIZZATI”: È LA CAUSA DELLE TROPPE CADUTE? – “I rischi sono di due tipi – prosegue l’esperto. Da un lato, non facendo sentire il dolore, consente sforzi sfrenati che il corpo non percepisce ma paga: può causare strappi, lesioni muscolari e tendinee anche gravi. Dall’altro non bisogna dimenticarci che parliamo di un narcotico, che presenta tutte le controindicazioni della categoria”. Ovvero: sonnolenza, capogiri, persino allucinazioni in certi casi. I ciclisti che lo prendono, insomma, pedalano in uno stato confusionale molto pericoloso. Che potrebbe anche essere la causa di tante cadute in gruppo, apparentemente banali e inspiegabili. All’inizio del 2014, ad esempio, quando le classiche del nord furono funestate da una serie insolita di capitomboli, il medico della Lotto, Jan Mathieu, puntò il dito proprio contro l’abuso di questa sostanza. A riguardo Calignano è categorico: “È assolutamente plausibile: il tramadolo rallenta i riflessi e pregiudica l’equilibrio. E il suo effetto si amplifica in soggetti disidratati come appunto può essere un atleta sotto sforzo per ore”.

L’IMMOBILISMO DELLA WADA – Che il tramadolo sia diffuso in gruppo non è mai stato un mistero. Lo avevano paventato diverse denunce (nel 2012 Michael Barry, ex ciclista della Sky, aveva detto che nel team di Froome e Wiggins il suo utilizzo era prassi comune, salvo poi essere smentito dai dirigenti) e lo hanno dimostrato i risultati del monitoraggio. La Wada, però, continua a non proibirlo. In realtà, a fine 2015 sembrava che la situazione potesse cambiare: in autunno il Movimento per un ciclismo credibile (Mpcc) aveva annunciato il suo inserimento nella lista delle sostanze vietate. Dopo qualche giorno il dietrofront: anche per il 2016 resterà nel programma di monitoraggio, nonostante i dati raccolti siano già abbastanza eloquenti. “È una decisione strana”, spiega Francesca Rossi, direttrice della Fondazione Anti-doping. “Noi della Cadf abbiamo chiesto da tempo di inserirlo nella lista delle sostanze vietate. Lo stesso ha fatto l’Uci, molti medici sportivi sono d’accordo. Perché ciò non sia avvenuto bisognerebbe chiederlo alla Wada”. Eppure il parere degli esperti è abbastanza netto: “Io non sono un medico sportivo, ma da farmacologo dico che andrebbe assolutamente proibito”, conclude il professor Calignano. “È pericoloso per la salute dei corridori e per la loro incolumità in corsa, senza dimenticare che alla lunga può causare dipendenza. E poi è vero che non migliora qualitativamente la prestazione, ma la altera indirettamente. A mio parere dovrebbe essere considerato doping”. Ma per la Wada doping non lo è.

Twitter: @lVendemiale