Il 19 dicembre scorso Mohamed Abdalla Elhag Alì, 49 anni, operaio e delegato Fiom, aveva manifestato accanto ai lavoratori della Saeco, prendendo il megafono per raccontare al corteo della situazione nell’azienda in cui lavora, la Metalcastello spa, colosso metalmeccanico dell’Appennino bolognese. L’azienda, che dal 2014 fa parte del gruppo spagnolo Cie Automotive Ltd, ha giudicato quelle dichiarazioni “gravemente lesive” della propria immagine, e così, per quell’intervento in pubblico, l’11 gennaio Mohamed è stato licenziato. “Un fatto gravissimo e senza precedenti”, attacca la Fiom, che ha già dato mandato a un legale di impugnare quel licenziamento, e di procedere contro la Metalcastello per “condotta antisindacale”. “Se spieghi ai padroni che possono fare quello che vogliono – dice Bruno Papignani, segretario tute blu emiliano romagnole – questo è quello che succede. È il clima del Jobs Act”.

Alle accuse mosse dalla Fiom, la Metalcastello ha risposto rivendicando la giusta causa. Le opinioni espresse da Mohamed, ha sottolineato l’ad Stefano Scutigliani, “non c’entrano nulla. Il licenziamento è stato per giusta causa, ma non posso dirne le ragioni. Se non che non sono quelle dette dai rappresentanti dei lavoratori”. Tuttavia, replica l’avvocato di Mohamed Franco Focareta che seguirà la causa contro l’azienda metalmeccanica per condotta antisindacale, “sono i documenti a parlare e sulla lettera di licenziamento recapitata al lavoratore è scritto nero su bianco quali sono le ragioni che ne hanno determinato la cacciata”. Nello specifico si legge nella lettera che il delegato Fiom, “dopo aver premesso di essere un dipendente” della Metalcastello, “in presenza di centinaia di persone”, ha dichiarato che “la società avrebbe licenziato 50 persone senza pensarci due volte”, che il sindacato in fabbrica è stato “scavalcato”, che la direzione dell’azienda “ha un atteggiamento dittatoriale e impone le ferie, non intendendo l’azienda aprire la cassa integrazione”, e che 5 operai recentemente sono stati lasciati a casa “senza motivazione”.

Secondo il sindacato guidato da Maurizio Landini, infatti, quello di Mohamed è solo l’ultimo caso di “licenziamenti per opinione”. Pochi giorni fa anche un delegato Fiom della Basell di Ferrara era stato lasciato a casa in seguito a un alterco avvenuto durante una trattativa per il rinnovo del contratto integrativo aziendale. E altrettanto recente è il licenziamento di un lavoratore della Oam di Rastignano, in provincia di Bologna, cacciato dall’azienda per aver avuto un diverbio con il titolare e con un collega prima delle festività natalizie.

“In questa azienda – spiega Alberto Monti, leader della Fiom bolognese – in passato c’era già stata qualche difficoltà: era stata avviata una procedura di mobilità, e nell’ultimo anno il gruppo Cie ha disdettato l’applicazione dei contratti e li ha cambiati, senza prima interpellare i sindacati, contravvenendo agli impegni presi e imponendo un regime di orario non concordato”. E di questo, sottolineano le tute blu, ha parlato Mohamed durante la manifestazione in solidarietà ai lavoratori Saeco, prima di essere cacciato dall’azienda.

“Parliamo di un delegato sindacale – spiega Focareta – è il suo lavoro. Tanto più che le affermazioni ‘infamanti e diffamatorie ‘contestate al lavoratore corrispondono al vero”. La Metalcastello, inoltre, come riporta l’agenzia Dire, non avrebbe gradito nemmeno di vedersi accostata ai nomi di altre realtà in crisi, come la Demm, azienda metalmeccanica dell’Appennino bolognese, con una conseguente lesione della sua immagine, tanto da recapitare un richiamo scritto anche allo stesso Monti, e al collega delegato della Fiom Stefano Zoli.

“La situazione è preoccupante – sottolinea anche Maurizio Lunghi, segretario della Cgil di Bologna – il licenziamento di delegati Fiom alla Oam, alla Basell e alla Metalcastello, sommati a quanto sta accadendo alla Saeco di Gaggio Montano, fanno pensare che si voglia arrivare ad una strumentalizzazione dello scontro sindacale, per dimostrare che lo strapotere delle multinazionali è talmente forte da non rispettare niente e nessuno. E’ come se improvvisamente si volesse riportare l’orologio indietro agli anni ’50. Ma questo non è accettabile, tanto più in un momento storico di grandi difficoltà, di crisi”.