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Mercoledì sera, quando Lilli Gruber ha chiesto se la direzione di Mario Calabresi farà di Repubblica un giornale più filogovernativo di quello attuale, Eugenio Scalfari non ha risposto perché non poteva rispondere. Infatti, fino a quel momento era stato celebrato il giubileo del tutto va bene madama la marchesa, officiante ça va sans dire, Paolo Mieli. Tutti i succitati nomi appartengono al gotha del giornalismo italiano e dunque quella puntata di Otto e mezzo rappresenta un autorevole squarcio di luce sui futuri rapporti tra informazione e potere politico ai tempi di Matteo Renzi.

Prima però, una menzione particolare al grande Eugenio che nel confermare “un minimo di delusione e di fastidio per non essere stato consultato sulla scelta di Calabresi” (con la conseguente minaccia di rinunciare all’editoriale domenicale), ci ha descritto con affilata malizia la Canossa dell’ingegner De Benedetti “che si è piazzato a casa mia e mi ha chiesto scusa” (“La vendetta, oh la vendetta è un piacer serbato ai saggi”. Le Nozze di Figaro, atto I) . Nel corso della processione riparatrice, alla porta santa ha bussato anche il futuro direttore il quale, ha precisato magnanimo Scalfari, “non aveva colpa alcuna dell’accaduto, anzi era il nome che avrei fatto”.

Tanto è vero che con parole acconce è riuscito a strappare al Fondatore la promessa che l’editoriale festivo continuerà a esserci, e insomma alleluia, tutto è bene quel che finisce bene. Quando poi dalla fisica dei corpi si è passati alla metafisica dei massimi sistemi (“i rischi della parola scritta”, “i giovani che se ne infischiano della politica”, ma tu guarda), era un piacere dello spirito ascoltare il presidente di Rcs che garantiva sul migliore dei mondi possibili (questo) e dispensava argute esortazioni al prestigioso concorrente. Sull’affidabilità di Calabresi “che non è un Rondolino arrivato dal pianeta Renzi”, ci mancherebbe altro. Sul pericolo Renzi, che tale non è poiché soltanto il Fatto e qualche altra stravagante testata possono, quanto a nocività democratica paragonarlo a Berlusconi, figuriamoci. Argomento che subito Scalfari ha declinato da par suo facendo ammenda e dicendo in sostanza: “l’ho criticato perché si comporta come un uomo solo al comando, ma oggi alla luce di quanto accade in tutta Europa è giusto che il premier sia un uomo solo al comando”. Dopo Mondazzoli, dunque, la grande armonia editoriale partorisce la Repubblica del Corriere, il giornale centauro per galoppare veloci sulle luminose strade del cambiamento.

Per dire basta alle critiche pregiudiziali e inutilmente corrosive. Ai gufi e agli iettatori. A Palazzo Chigi possono stappare champagne. La grande stampa finalmente ha compreso, l’intendance suivrà e forse i ragazzi del coro potranno ripristinare la telefonata dei tempi di Craxi, quando i direttori concordavano la titolazione onde non disturbare troppo il manovratore. Auguri.

Il Fatto Quotidiano, 4 dicembre 2015