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Un paziente mi racconta che la moglie lavora in sala operatoria. Lui è estremamente geloso perché è consapevole che in quell’ambiente, di fronte all’idea della vita e della morte, si riducono, fino a scomparire, le normali difese e ci si sente in un rapporto intimo con il collega che ti è accanto e che svolge il tuo lavoro. Questa intimità rischia, secondo il suo punto di vista, di trasferirsi anche fuori da quel contesto.

I giornali riportano la notizia che la moda di scattarsi un selfie in sala operatoria stava dilagando, fino a quando qualcuno non si è risentito per la violazione della privacy del paziente che a volte viene ritratto. Ora pare che l’Ordine dei medici sanzionerà coloro che hanno messo su internet le loro fotografie in sala operatoria. Non voglio entrare nel giuridico per definire la gravità di questo comportamento, preferisco rimanere sul terreno psicologico.

I medici e gli infermieri che lavorano in sala operatoria da sempre si trovano a fronteggiare l’idea della morte e della sofferenza. Per poter tagliare la pancia di una persona occorre attuare un distacco psicologico dall’immagine di costui come essere umano e riuscire a vederlo come un “caso clinico” interessante o complicato che pone delle difficoltà tecniche. Questa disumanizzazione del paziente è normale e doverosa e permette al medico di lavorare in modo efficace ed efficiente. Dovrebbe naturalmente cessare una volta che l’intervento è finito e l’oggetto dell’intervento torna a essere visto come una persona con cui intrattenere una relazione. L’elemento affettivo nei confronti del paziente chirurgico è controproducente al fine di una buona riuscita dell’operazione tanto che è assolutamente controindicato che un chirurgo o un infermiere partecipino all’intervento di un loro congiunto.

Di fronte all’idea della morte o della sofferenza, che aleggiano inevitabilmente durante gli interventi, due sono gli antidoti naturali che l’essere umano mette in atto: l’erotismo e l’umorismo. Eros e Thanatos da sempre sono in lotta dentro al nostro inconscio. Pensare a qualcosa di erotico è un modo per attaccarsi al desiderio che continua e che simbolicamente sconfigge la morte perpetrando la vita. L’umorismo è il mezzo che l’uomo ha trovato per sentirsi superiore alle disgrazie che l’esistenza costantemente pone al suo immaginario.

E’ quindi naturale che in sala operatoria si ricorra a questi due antidoti e che si sprechino le battute o le allusioni sessuali. Non dobbiamo scandalizzarci di questo anche perché se vietassimo tutto ci troveremmo di fronte a chirurghi e infermieri stressati e quindi meno efficienti. Con queste righe non voglio scusare i colleghi ma cercare di capirli. Consiglierei all’Ordine dei medici di attuare solo richiami verbali a un uso più consono della fotografia. Lasciare però che l’equipe chirurgica sorrida e scherzi è doveroso perché loro devono, attraverso questo meccanismo, riuscire a essere superiori all’idea della sofferenza e alla paura della morte.

Già stiamo assistendo a una notevole riduzione dei giovani che aspirano a fare il lavoro chirurgico spaventati dalle continue cause che i pazienti intentano appena qualcosa va male. Se facessimo divenire le sale operatorie delle caserme o dei “mortori” forse non troveremmo più nessuno che voglia operare. Termino con una storiella che mette insieme gli antidoti utili al personale sanitario per poter continuare a lavorare in situazioni terribili ove la morte è sempre in agguato.

Un tizio va dal medico a ritirare i risultati di certe analisi. Il dottore le esamina attentamente, poi con aria grave, cercando le parole adatte, fa:
– Ci sarebbero una notizia cattiva e una buona…
– La prego dottore, non esiti a dirmi subito la notizia cattiva…
– Mi dispiace, ma lei e’ allo stadio terminale di una terribile malattia, purtroppo le rimangono pochi giorni di vita…
Il paziente scoppia in una crisi di pianto, quando a un tratto cerca di aggrapparsi alla speranza della notizia buona:
– Ma dottore, aveva parlato di una buona notizia…
– Ah si… la vede quell’infermiera biondina la’ in fondo?
– Si…
– Forse stasera usciamo a cena!