Gli scienziati della commissione Grandi rischi non rassicurarono i cittadini dell’Aquila. A fuorviare gli aquilani, una settimana prima del terremoto in Abruzzo, fu solo un’intervista in tv dell’allora vice-capo della Protezione civile, Bernardo De Bernardinis, il braccio destro di Guido Bertolaso. Così la Corte di Cassazione ha confermato la sentenza d’appello in uno dei processi per il sisma dell’Aquila: assolti tutti i componenti della commissione Grandi rischi che faceva capo alla presidenza del Consiglio, condannato a 2 anni solo De Bernardinis. Le sue parole, motivarono i giudici d’appello nella sentenza di un anno fa, furono “negligenti” e “imprudenti”, in un’intervista concessa, peraltro, prima e non dopo la riunione della commissione che poi finì sott’accusa. L’accusa era quella di aver dato rassicurazioni infondate alla popolazione, dopo la riunione della Grandi rischi del 31 marzo 2009: il 6 aprile il terremoto fece 309 vittime distruggendo il centro storico dell’Aquila e danni e vittime si registrarono anche in altri piccoli centri abruzzesi. La decisione della Suprema Corte, arrivata dopo oltre 10 ore di camera di consiglio, ha accolto le richieste della procura generale.

Le responsabilità di De Bernardinis
De Bernardinis, come ribadì la corte d’appello, disse che lo sciame sismico in corso in quei giorni di fine marzo in Abruzzo si collocava “in una fenomenologia senz’altro normale dal punto di vista dei fenomeni sismici che ci si aspetta in questa tipologia di territori, che poi è centrata intorno all’Abruzzo…”. Più avanti aggiunse anche che “non c’è un pericolo, io l’ho detto al sindaco di Sulmona, la comunità scientifica mi continua a confermare che anzi è una situazione favorevole perciò uno scarico di energia continuo e quindi sostanzialmente ci sono anche degli eventi piuttosto intensi, non intensissimi… Abbiamo avuto pochi danni”. L’allora vice della Protezione Civile compì per questo un doppio errore, sempre secondo il collegio giudicante in appello: da una parte come “come responsabile della comunicazione in quel frangente” non ritenne doveroso di chiarire che quelle dichiarazioni “non erano in alcun modo riconducibili agli scienziati della commissione Grandi Rischi” proprio perché rilasciate prima della riunione; dall’altra perché proprio durante quell’incontro emerse “che non si era affatto in presenza di ‘fenomeni favorevoli’”.

L’inchiesta e la condanna in primo grado
Inizialmente dunque l’inchiesta coinvolse tutta la commissione, che faceva capo a Palazzo Chigi, della quale erano componenti Franco Barberi, all’epoca vicepresidente vicario della commissione ed ex capo della Protezione Civile, Enzo Boschi, allora presidente dell’Istituto nazionale di geofisica, Giulio Selvaggi, capo del Centro nazionale terremoti, Gian Michele Calvi, direttore di Eucentre, Claudio Eva, docente di fisica all’Università di Genova, e Matteo Dolce, direttore dell’Ufficio rischio sismico della Protezione Civile. Tutti ora sono stati mandati assolti.

Ma tutti allora finirono sotto accusa per omicidio colposo e lesioni colposi. In primo grado tutt’e 7 (i sei della commissione più De Bernardinis) furono condannati dal giudice monocratico Marco Billi a sei anni di reclusione (una pena maggiore delle richieste della Procura). Billi nelle quasi mille pagine di motivazioni aveva esteso a tutti la responsabilità di quelle che aveva definito affermazioni “assolutamente approssimative, generiche e inefficaci in relazione ai doveri di previsione e prevenzione”.

Gli esperti: “Contenti, ma in Italia resta il rischio sismico”
In appello la sentenza fu riformata (assolti da Barberi e a Dolce, condannato De Bernardinis) e ora la Cassazione l’ha confermata. “Sono contento e sollevato, ma per certi aspetti anche dispiaciuto” commenta l’ex presidente dell’Ingv Boschi. “Sono contento, adesso nessuno può dire più niente su di me, ma sono anche dispiaciuto perché resta il problema fondamentale degli edifici, che dovrebbero essere costruiti per resistere alle scosse sismiche. Ormai in tutti i Paesi a rischio si fa attenzione a costruire gli edifici in modo che resistano alle scosse sismiche, ma da noi questa forma di prevenzione non parte. Le vittime dei terremoti vengono dal crollo degli edifici, ma gli edifici non li fanno crollare i sismologi”.

Anche per Selvaggi, anche lui sismologo, “si chiude una vicenda lunga, complessa e dolorosa”, ma “rimane un grande rammarico: questo processo non ha contribuito minimamente a ridurre il rischio sismico nel nostro Paese, rimasto inalterato dal terremoto dell’Aquila”. E’ una lezione importante perché “dobbiamo essere preparati al prossimo terremoto” e questo “significa sapere che il luogo in cui si vive è sicuro e sapere che cosa fare in caso di emergenza, come qualsiasi Paese a rischio sismico insegna ai propri cittadini”. In questo “c’è una responsabilità enorme delle pubbliche autorità che hanno la gestione del territorio”.

Il “processo alla scienza” (mai avvenuto)
La condanna di primo grado aveva provocato “rumore”, soprattutto nella comunità scientifica internazionale, una polemica fondata sul fatto che i terremoti non sono prevedibili: un assunto mai negato dai magistrati e anzi precisato dai pm e dai giudici in tutti i gradi di giudizio, compreso il primo. Ma al centro della decisione c’era in realtà un’altra questione: se, cioè, l’esito di quella riunione della commissione avesse influenzato i comportamenti dei cittadini aquilani la notte tra il 5 e il 6 aprile del 2009. Secondo la giustizia, dunque, ad avere questo effetto furono solo le parole di De Bernardinis, prima della riunione della commissione Grandi rischi. Resta da capire se De Bernardis rilasciò quelle dichiarazioni perché “indotto” dalla Protezione civile e in particolare dal suo capo, Guido Bertolaso: per questo inizierà un processo bis nel marzo 2016 e questo significa che la prescrizione si avvicina sempre di più.

Il processo bis a Bertolaso (a rischio prescrizione)
Anche in questo caso le accuse sono di omicidio colposo plurimo e lesioni, ma siamo ancora al primo grado. L’inchiesta “satellite” infatti ha cercato di chiarire se i 7 componenti della Grandi rischi si siano riuniti all’Aquila e se in quel contesto siano uscite dichiarazioni “rassicuranti” perché indotti a farlo proprio dal capo dipartimento, Bertolaso. Tutto parte da quella espressione “operazione mediatica” usata da Bertolaso in una telefonata intercettata con l’ex assessore regionale Daniela Stati, poi divenuta di dominio pubblico. Bertolaso è stato mandato a processo dopo due richieste di archiviazione da parte del pm Fabio Picuti e dopo l’avocazione da parte della procura generale che, con il pg Romolo Como, ha chiesto il rinvio a giudizio, deciso nelle scorse settimane dal gip del tribunale dell’Aquila Guendalina Buccella, ma anche l’archiviazione per Bertolaso per i casi di alcune vittime (accolta sempre dal gip). A chi ha fatto notare al giudice Giuseppe Grieco che lo slittamento del dibattimento avvicina la prescrizione del presunto reato, commesso ormai quasi 7 anni fa, il magistrato ha fatto notare che è la prima data utile nell’affollatissimo calendario di udienze del tribunale dell’Aquila.

I familiari delle vittime: “Lo Stato ha responsabilità”
Soddisfatto anche Massimo Cinque, presidente dell’associazione 309 martiri e padre di due bambini e della moglie tutti vittime del terremoto: “Pensavo sarebbe stato assolto anche De Bernardinis invece qualcuno comincia a prendersi delle responsabilità e in via definitiva”. La sentenza, dice Cinque, significa che “lo Stato ha peccato in qualcosa essendo il condannato un funzionario della Protezione civile”. Quindi “non siamo pazzi come qualcuno voleva farci passare, è un segnale forte. Lo Stato ha delle sue responsabilità che sono venute fuori dopo una camera di Consiglio di quasi 10 ore, evidentemente hanno valutato bene la situazione”.