Fu corretto tutto, tranne un’intervista tv. Per questo la Corte d’appello dell’Aquila ha condannato solo Bernardo De Bernardinis, allora vicecapo della Protezione civile, nel processo alla commissione Grandi rischi. L’organismo, dipendente dalla presidenza del Consiglio, si era riunito il 31 marzo 2009, 6 giorni prima del terremoto che distrusse la città abruzzese. I giudici d’appello avevano ribaltato la sentenza di primo grado che aveva visto condannati a 6 anni anche gli altri 6 componenti della commissione. De Bernardinis è rimasto l’unico con una pena, anche se ridotta da 6 a 2 anni. L’accusa per tutti era quella di aver falsamente rassicurato gli aquilani al termine di quella riunione.

Secondo i magistrati, infatti, furono le parole di De Bernardinis pronunciate ai microfoni di una tv e rilanciate dai media nei giorni seguenti. Dichiarazioni che sono state “negligenti” ed “imprudenti“, dicono i giudici. Un’intervista rilasciata, peraltro, prima della riunione della commissione e non dopo. De Bernardinis, riporta la Corte d’appello, disse che lo sciame sismico in corso in quei giorni in Abruzzo “si colloca diciamo in una fenomenologia senz’altro normale dal punto di vista dei fenomeni sismici che ci si aspetta in questa tipologia di territori, che poi è centrata intorno all’Abruzzo…”. Più avanti aggiunse che “non c’è un pericolo, io l’ho detto al sindaco di Sulmona la comunità scientifica mi continua a confermare che anzi è una situazione favorevole perciò uno scarico di energia continuo e quindi sostanzialmente ci sono anche degli eventi piuttosto intensi non intensissimi… Abbiamo avuto pochi danni”.

Secondo i giudici queste dichiarazioni “esprimono concetti scientificamente errati e certamente rassicuranti, non potendo qualificarsi la situazione in atto come ‘favorevole’ e priva di pericolosità; esse inoltre potevano indurre i fruitori delle informazioni ad attribuire le medesime valutazioni tranquillizzanti sui fenomeni sismici in corso e sulle possibili evoluzioni anche agli esperti che si accingevano a procedere alla valutazione richiesta dal dipartimento di Protezione Civile”. Al contrario secondo la Corte d’appello De Bernardinis avrebbe dovuto “considerare adeguatamente e quindi prevedere la possibilità che tali dichiarazioni potessero indurre nella popolazione, o quantomeno in alcuni cittadini, un abbassamento della soglia di attenzione e quindi una riduzione delle abitudini di autotutela in un momento in cui era possibile e quindi astrattamente prevedibile una evoluzione negativa della sequenza sismica in corso”.

E l’errore fu doppio perché “come responsabile della comunicazione in quel frangente” non ritenne doveroso di chiarire che le affermazioni da lui fatte “non erano in alcun modo riconducibili agli scienziati della Commissione Grandi Rischi e che anzi era emerso in sede di riunione che non si era affatto in presenza di ‘fenomeni favorevoli'”. Dopo quell’intervista, infatti, scrivono i giudici, un gran numero di cittadini aveva attribuito i concetti rassicuranti “indistintamente ‘agli scienziati e quindi alla commissione grandi rischi'”. Insomma le parole di De Bernardinis ebbero una “incidenza causale diretta nella formazione dei processi volitivi di alcune delle vittime nei momenti successivi alle due scosse ‘premonitrici'”. Questo perché le vittime del sisma furono “indotte da tali affermazioni rassicuranti a ritenere che si trattasse di un favorevole fenomeno di scarico di energia e, conseguentemente, ad abbandonare le pregresse abitudini di cautela, restando nelle abitazioni che crollarono per effetto del sisma”.

Al contrario la Corte d’appello ritiene che le dichiarazioni di De Bernardinis e di Franco Barberi (uno degli altri 6 componenti della commissione) “riportino correttamente i contenuti delle valutazioni scientifiche effettuate nel corso della riunione e che siano comunque prive di ingiustificati toni rassicuranti tali da indurre modificazioni nella percezione del rischio da parte dei cittadini”, in sostanza secondo i giudici quelle affermazioni non avrebbero indotto gli aquilani a cambiare le abitudini dopo scosse forti, come quella di uscire di casa.