In Brasile, la Volkswagen ha ricevuto la prima multa per lo scandalo delle emissioni di NOx manipolate grazie a un software montato sui motori diesel EA 189. La sanzione è di 50 milioni di reais, cioè circa 12,4 milioni di euro. Una cifra irrisoria per il colosso di Wolfsburg, ma è la massima prevista dalla norma sui reati ambientali dalla legislazione del Paese. A precisarlo è stata la stessa Ibama, l’Istituto per l’Ambiente e le Risorse Naturali Rinnovabili.

In Brasile, Volkswagen – per sua stesa ammissione, come si legge nel comunicato delle autorità del paese – ha commercializzato 17.057 pick-up Amarok (nella foto) equipaggiati con il motore a gasolio da quattro cilindri abbinato alla tecnologia incriminata ed individuata negli Stati Uniti dopo le indagini dell’Epa. In pratica, si tratta di una sanzione di poco più di 700 euro per modello (in America si può arrivare a 37.500 dollari per veicolo): l’importo totale della multa è inferiore a quanto Volkswagen Group pagava il suo ormai ex amministratore delegato, Martin Winterkorn, che incassava quasi 16 milioni di euro l’anno.

L’Ibama ha anche reso noto di aver notificato a Volkswagen l’obbligo di mettere a punto un “piano correttivo” affinché i veicoli soddisfino i parametri sulle emissioni fissate dalla normativa nazionale. Al costruttore è stato imposto il richiamo degli Amarok coinvolti – cioè tutti i “model year 2011” e una parte della serie “model year 2012”, sulla base delle informazioni fornite dallo stesso costruttore in una lettera del 22 ottobre – per rimuovere il software che “adultera” i dati, ma senza modificare le prestazioni del motore. A proposito degli altri motori, cioè quelli a benzina e quelli “flessibili” (etanolo e benzina), le autorità hanno precisato che “non vi è alcuna prova che non siano in conformità con i livelli di emissione di sostanze inquinanti stabiliti dalla legislazione ambientale brasiliana”.

In Brasile – dove nel primo semestre 2015 il mercato ha perso il 21% – Volkswagen è costretta ad inseguire non solo Fiat (quasi il 19% di quota di mercato a fine 2014), ma anche General Motors (16,5%): il costruttore tedesco è terzo (come singolo marchio) con il 15,5% di penetrazione.

I guai per il costruttore tedesco in Brasile, però, non finiscono qui. A settembre la Volkswagen è stata accusata – insieme ad altre grandi multinazionali fra cui la General Motors – di “collaborazionismo” con il regime dei militari. Le accuse sono nate nell’ambito delle attività della Commissione Nazionale per la Verità creata per chiarire le attività illegali condotte tra il 1964 ed il 1985 con la dittatura militare. Le società sospettate di aver “fiancheggiato” il regime dei generali sono un’ottantina, tra le quali anche General Motors, Mercedes-Benz, Siemens e Kodak, tanto per citare alcuni nomi. Volkswagen, che ha inviato uno storico nel paese, è stata chiamata in causa da una dozzina di ex dipendenti, sindacalisti ed attivista di sinistra, arrestati e torturati perché “sovversivi” sulla base di informazioni raccolte dalla società che le avrebbe poi passate alla polizia segreta (Dops). Anche l’ex presidente del Brasile Luiz Ignacio Lula da Silva, che aveva lavorato presso lo storico stabilimento Volkswagen di Sao Bernardo do Campo, sarebbe stato spiato. La Volkswagen ha promesso di indagare su ogni possibile coinvolgimento degli impiegati della Volkswagen Brasile nella violazione dei diritti umani.