Nove milioni di euro all’anno. E’ questo il costo dell’eterna agonia del Cnel, il Consiglio nazionale per l’economia e il lavoro abolito dall’articolo 40 della riforma Boschi. Pensavate di esservene liberati con il via libera del Senato alla nuova Costituzione? Macchè. E’ abolito e sicuramente morituro, ma a morire ci metterà ancora almeno un anno: la riforma deve prima passare alla Camera, poi tornare al Senato, poi superare il referendum confermativo. Solo a quel punto, presumibilmente nell’autunno del 2016, potrà entrare in vigore, e il Cnel, finalmente, trovare pace. Ma intanto? E’ nel limbo. Né morto né vivo, il Consiglio creato con l’articolo 99 della Costituzione e pomposamente definito, fino a ieri, «la terza Camera», è ormai allo sbando: su 64 consiglieri si sono dimessi in 27 e il numero legale in assemblea plenaria è ormai un miraggio. Il bilancio di previsione 2015 non è mai stato approvato dall’assemblea, e neanche il consuntivo 2014. Nella bella sede di Villa Lubin, dentro il parco di Villa Borghese, non si vede più nessuno. L’attività è praticamente bloccata.

SCARSA ATTIVITA’ Non che i membri del Cnel abbiamo mai brillato per la loro attività, siamo d’accordo: in 50 anni il Consiglio ha utilizzato soltanto 11 volte la sua facoltà di avanzare proposte di legge, e non è mai riuscito a farne approvare una. E neanche ha brillato per assiduità e partecipazione, se già molte volte Gian Paolo Gualaccini, uno dei sei rappresentanti del mondo no profit, ha denunciato un assenteismo «enorme», grazie a consiglieri accusati di essere, magari ingiustamente, più interessati  alle loro indennità personali che non al lavoro e all’economia del paese. «Era un manipolo di volonterosi a far funzionare le varie commissioni», conferma oggi a ilfattoquotidiano.it. «Su 64 consiglieri ne venivano all’assemblea mensile sì e no 40. Le prime file delle organizzazioni sindacali e datoriali non si vedevano mai, e non si capisce neanche perché si fossero fatte nominare. Chi gliel’aveva ordinato alla Camusso, a Bonanni o ad Angeletti, di diventare consiglieri del Cnel

RESA DEI CONTI Susanna Camusso, in effetti, non si è vista quasi mai a un’assemblea e mai a una riunione di commissione. Idem gli altri big del sindacato. Ma che importa? Diciamo che un tempo, molto tempo fa, il Cnel era una bella vetrina per tutti, ed era prestigiosissimo farne parte. Poi la concertazione si è spostata nella sala verde di Palazzo Chigi, e Villa Lubin è diventato un indirizzo sempre meno appealing. Buono per le seconde file, quelle che arrotondavano lo stipendio portando a casa una paghetta di 25 mila euro l’anno senza poi brillare per attivismo. Il Cnel infatti costava uno sproposito, 17-18 milioni l’anno, di cui una bella fetta se ne andava per una tale quantità di consulenze a ex-consiglieri, centri studi e sindacalisti, ovviamente senza bandi o affidamenti pubblici, che la procura della Corte dei Conti ha indagato 21 persone per danno erariale, dai vertici dell’ente (presidente compreso) ai capi delegazione di Cgil, Cisl, Uil, Confcommercio e Confindustria…

LUMI SPENTI Da quando Renzi ha deciso la soppressione del Cnel, ovviamente, le consulenze sono state tagliate. Idem le indennità dei consiglieri. Idem i rimborsi per le spese di viaggio a Roma e altre amenità prima parecchio costose. Risultato? Spariti tutti, o quasi. La prima a ritirare la sua delegazione è stata la Confcommercio. La Cgil si è dimessa in blocco a luglio. Alla spicciolata, a uno a uno, dalla nave che affonda se ne sono andati quasi la metà dei marinai. Hanno abbandonato perfino i consiglieri esperti nominati dal presidente della Repubblica, come Tiziano Treu, Fabrizio Onida, e Paola Manacorda; persino lo storico presidente Antonio Marzano, due consigliature alle spalle (peraltro ben retribuite: 216 mila euro l’anno, ridotti dal 2013 a 187 mila)  ha mollato la spugna. A luglio, quando il consiglio era in scadenza, aveva scritto a Matteo Renzi per chiedere lumi sul da farsi visto che, in fondo, un organo costituzionale non si può smantellare come fosse una pizzeria al taglio. Da palazzo Chigi non si sono manco degnati di rispondere. E dunque: via anche Marzano.

GRAN PREMIO Ora a fare da presidente è il ragionier Salvatore Bosco, ex vicepresidente anziano, componente del comitato centrale della Uil nonchè commendatore al merito e grande ufficiale della Repubblica italiana. Ma regna sul nulla: le vecchie commissioni non si riuniscono più; all’ultima assemblea, il 28 ottobre, erano in presenti solo in 15; a fatica si è trovato un accordo per il rituale «parere condiviso» sulla legge di stabilità da presentare al Senato nell’audizione del 2 novembre. In tanta desolazione a Villa Lubin lavorano oggi una settantina di dipendenti, tutti regolarmente stipendiati per non fare praticamente niente (e sia chiaro: non è colpa loro). Per quel niente i dirigenti portano addirittura a casa un regolare premio di risultato, che nel 2014 ammontava a più di 20 mila euro. Tra stipendi e sede, il Cnel nel 2015 ci è costato sui 9 milioni di euro e altrettanto si prevede per il 2016, quando finalmente potrà tirare le cuoia. Cioè: non ancora. Perché a quel punto dovrà iniziare la liquidazione, si dovrà trovare un commissario (costoso), e tra una cosa e l’altra se ne andranno altri mesi, se non addirittura altri anni. Per chiudere definitivamente l’Opera Balilla, ricordiamocelo, dichiarata sciolta nel 1956, c’è voluto quasi mezzo secolo…

MORALE FINALE Morale della storia, ammesso che ce ne sia una? «Le associazioni sindacali e datoriali hanno grandi, grandissime responsabilità nel fallimento del Cnel. E Renzi ha non solo diritto, ma anche ragione nel chiudere un carrozzone che, così come concepito, non ha mai funzionato», riflette amaro Gualaccini. Anche la famosa commissione di saggi nominati da Napoletano nel 2013 aveva, all’unanimità, messo nero su bianco una «valutazione negativa sull’attuale configurazione» del Consiglio (cioè su mission, governance, conduzione). I saggi si erano divisi solo sul da farsi: un’«ampia riforma» o la totale soppressione? Renzi ha scelto la seconda strada. Però… «Al governo rimane un problema», ricorda Gualaccini. «Con le parti sociali non dialoga più? E dove? Non c’è più uno spazio». E non tutto può essere risolto a palazzo Chigi, in mezz’ora di dibattito nella famosa sala verde.