Sembra destinata a  cadere nel dimenticatoio la vicenda dei 30 profughi che ad agosto erano stati “reclutati” dal Pd di Reggio Emilia per lavorare, come volontari, nelle cucine della kermesse Festa Reggio. Per un po’ ha girato intorno a friggitrici e regolamenti di igiene, esposti e denunce. Ma alla fine è la Regione, a trazione Pd, ha decretare la parola fine. Forse.

L’ultima a intervenire sulla vicenda è stata  la vicepresidente della Regione Emilia Romagna, Elisabetta Gualmini. Il 3 novembre, nel replicare a un’interrogazione presentata dalla Lega Nord sulla questione, ha precisato che, sulla base dei controlli effettuati dall’Ausl tra i padiglioni di Festa Reggio, “le norme relative alla sicurezza dei volontari sono state rispettate”, che i tecnici non hanno rinvenuto richiedenti asilo al lavoro al momento dei sopralluoghi, e che il caso è stato approfondito “a posteriori”. Tutto a posto?

Non proprio, e infatti la risposta non ha placato le polemiche che erano esplose tre mesi fa, quando il caso era finito sui giornali con le immagini dei richiedenti asilo in grembiule bianco alle prese con piatti da lavare e tavoli da servire. Immagini che avevano portato al ‘licenziamento’ dei profughi in questione, su intervento della Prefettura di Reggio Emilia.

“Nessuno ha mai messo in dubbio le condizioni igieniche delle cucine della Festa Reggio, dove i profughi sono stati impiegati come volontari – attaccano Gabriele Delmonte, consigliere regionale della lega Nord, e Gianluca Vinci, consigliere comunale del Carroccio a Reggio Emilia – quello che abbiamo sempre denunciato è che i migranti non dovevano lavorare per il Pd, come dimostrano invece le immagini di cui siamo in possesso”.

La vicenda è anche finita sul tavolo della magistratura, sotto forma di diversi esposti presentati dal Carroccio e dal Movimento 5 Stelle che hanno poi dato avvio a un’inchiesta contro ignoti condotta dalla Procura di Reggio Emilia. Il motivo si addensava nella natura stessa della convenzione siglata tra il Pd reggiano e la cooperativa Dimora Di Abramo che nel 2014 si è aggiudicata l’appalto per la gestione triennale di 30 richiedenti asilo a Reggio Emilia. In tutto, 1,4 milioni di euro.

Se per il segretario del Pd reggiano, Andrea Costa, “l’accordo permetteva ai ragazzi di non rimanere a guardare il soffitto – diceva al fattoquotidiano.it ad agosto – ma di svolgere qualche attività e imparare la lingua italiana in attesa che la loro pratica venga istruita”, per una circolare ministeriale i profughi possono essere impiegati come volontari solo a patto che l’attività dove lavorano non sia a scopo di lucro.

Concetto ribadito dalla stessa giunta regionale a settembre, a polemica già sui giornali, quando ha siglato un accordo regionale ad hoc con la Prefettura di Bologna, l’Anci e i sindacati Cgil, Cisl e Uil, per regolamentare il tema profughi – volontariato. E nel testo è scritto che le attività svolte debbano essere “di pubblica utilità e a beneficio della comunità locale”.

“Al di là del fatto che i 30 profughi in questione si siano trovati bene a lavorare come volontari alla Festa del Pd – è l’obiezione di Ivan Cantamessi, consigliere comunale reggiano del Movimento 5 Stelle – c’è da considerare una questione di opportunità: l’assistenza viene finanziata da fondi europei quindi perché i rifugiati dovrebbero fornire camerieri alla festa di un partito? Io credo che il volontariato sarebbe stato più idoneo in strutture pubbliche, a servizio di tutti i cittadini”.

Per questo, sempre ad agosto, la Prefettura di Reggio Emilia aveva indotto l’ufficio territoriale di governo a scrivere una lettera di contestazione alla Dimora Di Abramo, invitandola ad abbandonare il progetto, come poi è accaduto. E aveva anche contattato la Direzione territoriale del lavoro per verificare se ci fossero attività lavorative improprie.

“Cosa c’entra, quindi, la conformità delle attrezzature usate nelle cucine del Pd? – sottolinea Delmonte – non abbiamo mai detto che la friggitrice per le patatine era sporca o che le cucine erano in stato di degrado. Alla Regione abbiamo denunciato una forma di ‘strana collaborazione’ degli extracomunitari, invitando le istituzioni a intervenire. Invece di parlare solo delle ispezioni dell’Ausl, la Regione ha segnalato il fatto agli organi periferici del ministero del lavoro? E negli altri casi, quando si tratta di andare a verificare il rispetto delle normative in aziende private, gli ispettori dell’Ausl si fermano davanti al fatto che un’attività sia prevalente, e si basano sulle dichiarazioni dei titolari?”.