Più che una riforma, una vera e propria rivoluzione. Almeno così sostengono i proponenti. Che parte dalla nazionalizzazione della Banca d’Italia, ridisegnandone governance e funzioni, per arrivare al rafforzamento dei poteri di vigilanza sugli istituti di credito. Tema tornato di stretta attualità con l’apertura dell’inchiesta che vede tra gli indagati anche il governatore in carica, Ignazio Visco, in relazione alla vendita della Banca di Spoleto. Ma nelle sei proposte che il Movimento 5 Stelle sta mettendo a punto – per ora sintetizzate in una prima bozza che ilfattoquotidiano.it ha potuto visionare – c’è anche dell’altro. Dalla separazione netta tra banche d’affari e banche commerciali, alla riforma della Cassa depositi e prestiti. Insomma, un pacchetto di misure che riscrive l’intero assetto del sistema bancario italiano. “Una riforma urgente e non più rinviabile”, la definisce Alessio Villarosa, deputato del M5S, impegnato in prima persona nella stesura dei testi definitivi delle proposte. Ma cosa prevedono nel dettaglio?

BANCA DI STATO – Il primo step passa dalla nazionalizzazione di Bankitalia, attualmente controllata, per il 94,33% del capitale sociale, da banche e assicurazioni private a fronte di una quota minoritaria di appena il 5,66% detenuta dallo Stato (tramite Inps e Inail). Per il Movimento 5 Stelle deve tornare ad essere pubblica. Come già accade nella maggior parte dei Paesi europei, dove le banche centrali di Austria, Finlandia, Francia, Germania, Irlanda, Lussemburgo, Olanda, Portogallo, Spagna, Slovenia, Slovacchia, Estonia, Cipro, Malta e Regno Unito sono al 100% dello Stato, che le controlla, in qualità di azionista di maggioranza, anche in Grecia (84% tramite un fondo statale), San Marino (70%), Belgio (50%) e Svizzera (52%). Una riforma che si accompagna a quella della governance di Palazzo Koch. A cominciare dall’organo di vertice: il governatore. Fino al 2005 senza limite di mandato, in base alla disciplina vigente dura in carica 6 anni e può essere rinnovato una sola volta. Il M5S vuole elevarne a 7 anni la durata del mandato, ma senza possibilità di rinnovo alla scadenza; potrà inoltre essere revocato e dovrà riferire al Parlamento ogni anno sull’attività svolta.

NUOVA GOVERNANCE – Parallelamente si punta a cambiare anche il sistema di nomina dei 13 componenti del Consiglio superiore: eletti attualmente dall’assemblea degli azionisti, restano in carica 5 anni e possono essere rinnovati per non più di due volte. Partecipano alla nomina del governatore, incaricato con decreto del Presidente della Repubblica su proposta del presidente del Consiglio, previa deliberazione del Consiglio dei ministri, sentito il parere del Consiglio superiore di Bankitalia. “Ma se negli ultimi vent’anni è stato nominato sempre il governatore indicato dall’organo di vertice della banca centrale, evidentemente qualcosa nel sistema non funziona”, ironizza Villarosa sottolineando quella che a suo avviso è una vistosa anomalia. Per questo i grillini propongono che ad eleggere il Consiglio superiore siano le Camere in seduta comune. Direttore generale e vicedirettori di Banca d’Italia, invece, sono nominati o revocati, stando alla riforma del M5S, con decreto del Presidente della Repubblica, su proposta del presidente del Consiglio, di concerto con il ministro dell’Economia e delle finanze. I loro stipendi non potranno superare l’assegno previsto per il primo presidente della Corte di Cassazione (circa 240 mila euro). Regola che si applicherà anche al trattamento economico del governatore che potrebbe vedersi praticamente dimezzare i 450 mila euro attualmente percepiti. Giro di vite anche sui conflitti d’interesse. “E’ impensabile che chi ha ricoperto incarichi di vertice in una banca fino a ieri si ritrovi domani a svolgere ruoli di amministrazione e gestione in Bankitalia e viceversa – spiega Villarosa –. Le porte girevoli resteranno chiuse: tra un incarico e l’altro in potenziale conflitto dovranno trascorrere almeno 5 anni”.

VIGILANZA, SI CAMBIA – Un ulteriore pacchetto di misure è, invece, destinato alla tutela del risparmio e al riordino delle attività di vigilanza che la banca centrale italiana esercita sulle banche, sugli intermediari finanziari, sugli Istituti di moneta elettronica, sugli Istituti di pagamento e, d’intesa con la Consob, sugli intermediari non bancari. La bozza, per ora, contiene solo il titolo: vista la delicatezza del tema nel Movimento 5 Stelle hanno deciso di prendersi un po’ più di tempo per definire scrupolosamente i dettagli della riforma. Che Villarosa anticipa, però, almeno in parte chiarendone innanzitutto le finalità. “Nonostante la Banca d’Italia sia l’unico organo di vigilanza del sistema bancario, negli anni, tra uno scandalo e l’altro, abbiamo sentito puntualmente ripetere dai vertici di Via Nazionale che loro non sono la polizia – ricorda –. Per adesso possiamo dire che è nostra intenzione attribuirle maggiori poteri e maggiori responsabilità: non pretendiamo che la Banca d’Italia diventi un poliziotto, ma che almeno si comporti da vigile attento”. In che modo? L’obiettivo passa anche attraverso una riorganizzazione interna. “Bankitalia costa 600 milioni l’anno di stipendi. Ma per fare cosa? Di certo non mancano le risorse umane da destinare al potenziamento dell’attività di vigilanza – continua il deputato del M5S –. Che va riorganizzata distribuendo i relativi poteri tra la sede centrale e quelle periferiche”. Così da assicurare controlli più capillari. Il tutto accompagnato da norme specifiche per prevenire ogni conflitto di interessi tra controllore e controllati, ampliando in parallelo i poteri di commissariamento della banca centrale. Una riforma che pone, tuttavia, problemi di compatibilità con la normativa europea, dal momento che da gennaio, anche l’Italia, ha iniziato a trasferire i poteri di vigilanza alla banca centrale europea. Ma Villarosa è fiducioso: “Tante banche non condividono questo indirizzo, ci sono i margini per poter discutere un cambio di rotta”.

STOP AI DIVIDENDI – Diretta conseguenza della nazionalizzazione – e quindi della scomparsa degli azionisti privati – sarà, inoltre, lo stop alla distribuzione dei dividendi. Che attualmente è, invece, prevista nella misura massima del 6% del capitale, pari a 450 milioni di euro. Mentre gli utili restanti sono destinati ad accantonamento (20% alla riserva ordinaria e 20% alla riserva straordinaria) e, per l’importo residuo, allo Stato. Come ricorda Villarosa, negli ultimi due anni, i dividendi distribuiti agli azionisti hanno toccato i 380 milioni nel 2013 e i 340 nel 2014. Somme che, una volta nazionalizzata Bankitalia, potranno essere utilizzate per altri scopi. “La nostra riforma mantiene la distribuzione dei dividendi agli azionisti che non saranno più, però, le banche private ma il solo ministero dell’Economia – spiega l’esponente del M5S –. Non solo: ogni anno una somma pari al 6% del capitale, finora distribuita agli azionisti, andrà a finanziare il nuovo fondo a sostegno delle start-up, creato presso la Cassa depositi e prestiti, mentre il 10% dei dividendi sarà riversato in un ulteriore fondo per fronteggiare le grandi crisi aziendali”.

SEPARAZIONE BANCARIA – Allo studio del Movimento 5 Stelle c’è anche una norma volta ad imporre per legge una netta separazione tra banche commerciali e banche d’affari. L’obiettivo è quello di obbligare le banche commerciali ad investire nell’economia reale, limitandone l’attività al finanziamento di cittadini, imprese e famiglie. E lasciando alle banche d’affari la possibilità di operare sui mercati, maneggiando prodotti finanziari certamente più rischiosi. Una misura a tutela dei correntisti che potranno in questo modo scegliere consapevolmente presso quali banche depositare i propri soldi. Nella bozza del M5S, la norma è stata ribattezzata “Glass Steagall Act”, richiamando la legge bancaria che, nel 1993, introdusse negli Stati Uniti una rigida distinzione tra attività bancaria tradizionale e attività bancaria di investimento. Legge poi abrogata nel 1999 durante la presidenza di Bill Clinton. “E gli effetti nefasti di questa decisione sono ormai noti a tutti – ricorda Villarosa –. Le banche commerciali iniziarono ad armeggiare con i prodotti finanziari e nel 2008 il tracollo della Lehman Brothers, in seguito allo scandalo dei titoli subprime, segnò l’inizio di una delle crisi economiche più gravi della storia”.

SOTTO LA CASSA – Nel riassetto complessivo del sistema bancario, i piani del Movimento 5 Stelle includono anche la Cassa depositi e prestiti (Cdp). Negli ultimi anni, una pioggia di miliardi, erogati dalla Banca centrale europea, si è riversata nelle casse delle banche private di tutta l’area Ue, Italia compresa. “Eppure, nel nostro Paese, solo una minima parte di quei soldi è stata destinata al credito verso le imprese e le famiglie, mentre la maggior parte di quel denaro è stata investita in attività finanziarie”, ricorda Villarosa. Di qui il progetto di disporre di una banca pubblica per finanziare alcuni comparti economici di primaria importanza, utilizzando a questo scopo proprio la Cdp. “Il modello è quello della Kfv tedesca che negli ultimi dieci anni ha visto il suo attivo raddoppiare, passando da 250 a 500 miliardi di euro – aggiunge il parlamentare del M5S –. L’obiettivo è quello di avere, anche in Italia, una banca pubblica che finanzi la piccola e media impresa”. Anche in questo caso occorrerà il placet dell’Europa. “Ma non vedo come potrebbero impedirci di attuare il nostro piano visto il precedente tedesco”, osserva Villarosa.

ULTIMA ISTANZA – Il pacchetto di riforme del M5S prevede, infine, anche di ripristinare le funzioni di prestatore di ultima istanza della Banca d’Italia sul modello della Banca d’Inghilterra. Con l’obiettivo di proteggere i correntisti, prevenendo possibili episodi di corsa agli sportelli e i danni derivanti dall’eventuale tracollo di una banca privata. “Una norma che consentirebbe alla Banca d’Italia di intervenire nelle aste pubbliche acquistando i titoli rimasti invenduti – conclude Villarosa –. Prevenendo così pericolose oscillazioni dei tassi di interessi”.
Twitter: @Antonio_Pitoni