fedefiumaniMetà anni Ottanta, “eravamo in tour in Francia con i Litfiba e io ero l’unico a non ubriacarsi né a farsi una canna. Loro invece sì che ci davano dentro. Mi sfottevano, e a ragione, perché da questo punto di vista sono come un impiegato delle poste”. Ma almeno qualche sbronza l’avrà presa? “Forse una volta o due. Poca roba. È la paura che m’ha sempre fregato. Per contrasto, però, ammiro chi ha usato droghe per scrivere testi e musiche lisergiche. Io sono un punk atipico, Piero Pelù è molto più credibile. Non ho quelle caratteristiche che ha lui. Purtroppo nella musica l’apparenza è la sostanza, ma devi essere strutturato per la fama”. A differenza di Pelù, che l’immaginario della rockstar lo ha incarnato appieno, Federico Fiumani si definisce un ossimoro vivente. Con i suoi Diaframma suona a certi livelli ormai da più di 35 anni, un loro album, Siberia, è stato inserito al settimo posto nella classifica dei dischi italiani più importanti di sempre da Rolling Stone e ormai da qualche mese è uscito un suo lavoro solista, Un ricordo che vale dieci lire, nel quale interpreta 11 brani storici della musica cantautorale italiana. Eppure la celebrità è qualcosa che non è mai stata raggiunta: “Sarebbe piaciuto anche a me il successo, che poi, per chi fa questo mestiere, è anche visto un po’ come un obbligo. Ma diciamo che mi sono accontentato di una presenza diversa, di stare nell’underground, dove comunque ci sto bene, suonando dal vivo in locali medio piccoli. Volente o nolente rappresento la possibilità di fare musica in modo indipendente in Italia”.

Ha rimpianti oggi, Fiumani?
Le cose probabilmente dovevano andare così. Vivo del mio mestiere che è la mia passione e ho sempre fatto quello che mi piaceva, non mi posso lamentare. Quando hai successo hai sulle spalle molte responsabilità, è una vita che forse all’inizio ti può anche eccitare ma poi diventa pesante. Non sempre la fama è una grande fortuna per un uomo. E io non sono assolutamente strutturato per questo.

Però almeno un selfie lo concede volentieri?
Sì, proprio perché succede raramente. Non sono un estroverso, non so niente di politica, a differenza di Piero Pelù che invece anche a uno come Renzi gli dà addosso; so parlare solo di musica io, ma se i ragazzi mi chiedono consigli non so cosa rispondere: sono un musicista non un critico musicale, non mi intendo di musica come un discografico, non ho l’orecchio per capire se un pezzo avrà successo o no, chi sono io per poterlo dire?

Su consiglio dello psicologo, per conoscersi più a fondo, ha scritto la propria autobiografia…
È una sorta di Coscienza di Zeno. È stata un’esperienza terapeutica che mi ha aiutato a farmi conoscere da chi ascolta la mia musica ma non sa nulla della mia vita. Anche se essere conosciuti per la propria musica e non per altro mi sembra una cosa positiva.

Lei ha abbracciato il punk da subito…
Nel ‘77 frequentavo il terzo anno e venne fuori il punk. Ero gasato ed eccitato al tempo stesso. Cercavo gente come me che volesse condividere questa passione e mettere su un gruppo.

Testi dalle tematiche esistenzialiste, musica grezza post punk e un approccio rudimentale agli strumenti: i Diaframma si ispiravano ai Joy Division.
Abbiamo sempre optato per uno stile imperfetto, per mantenere la nostra autenticità. Se suoni bene suoni un po’ come tutti gli altri, mentre ognuno suona male a modo suo.

A 24 anni pubblicaste un disco come Siberia.
Nonostante il discreto successo ottenuto, nessuno di noi immaginava di poter fare questo mestiere per tutta la vita. In quegli anni fare rock in Italia non apriva grandi prospettive, pensavamo più che altro a trovarci un lavoro serio.

All’epoca registrare un disco non era facile. Deve essere stato emozionante avere tra le mani il frutto di tanto impegno.
Direi di sì. In quel periodo lavoravo in un negozio di dischi e il nostro Siberia provavo a venderlo a chiunque mettesse piede nel negozio. Facevo sconti, lo tiravo letteralmente dietro! Ero un commesso sui generis. Avevamo una disperazione, un’ansia di farci conoscere.

Nei primi anni Ottanta, Firenze è una città dal grande fermento culturale. I Diaframma, come i Litfiba, trovano una via tutta loro al rock, come poche altre volte nella storia era accaduto. La band di Pelù, nel tempo ottiene una grandissima popolarità a differenza dei Diaframma, che restano legati al mondo dell’underground…
Chi conosceva Piero, prim’ancora che avesse successo, sa che certe caratteristiche nel personaggio erano insite. Una gran voglia di apparire, la capacità di bucare lo schermo, di colpire al primo sguardo e un carisma naturale molto forte, che secondo me in Italia hanno in pochi. Poi, certo, con gli anni si cambia, ma i Litfiba non sono scesi a compromessi.

La grande occasione per i Diaframma si presenta nel ’90, quando viene offerta la partecipazione al Festival di Sanremo.
Erano gli anni di Masini e Vallesi. Rifiutammo, ma non sono pentito anche se ha significato la fine dei rapporti con la Ricordi e la possibilità di diventare mainstream. Questo mi ha aiutato a mantenere intatti i miei ideali da ragazzo: stesso entusiasmo nel fare musica, prendere come una benedizione il riuscire a toccare il cuore di qualcuno. Tutto ciò rimane un mistero, un miracolo per me: girare l’Italia, conoscere gente nuova e vedere che alla fine del concerto il pubblico è contento. Andare in giro col furgone, se ti piace questo mestiere è una pacchia!.

Quanto è complicato vivere in Italia di musica?
È difficilissimo. Soprattutto se si pensa che noi musicisti non abbiamo alcun tipo di sostegno o riconoscimento da parte delle istituzioni. In Italia abbiamo l’arte di arrangiarci, tutto è un po’ improvvisato. Mia madre, cresciuta con l’ideale del posto fisso, per anni continuava a chiedermi ‘ma quand’è che ti metti a lavorare?’. Ora è contenta delle mie scelte: mi ha anche detto che ho fatto bene a non darle retta considerando la precarietà che c’è adesso. Visti i tempi in cui viviamo, posso dire che è andata bene lo stesso. Essere un esempio del poter fare musica in Italia senza passare per case discografiche o grandi network, fedeli al do it yourself, per me è un vanto. Direi che non essere stato aiutato mi ha dato la misura della mia motivazione.

*Questa intervista è già stata pubblicata sul Fatto del Lunedì il 9.02.2015