Foto: @Giuseppe Chiantera/Ulixes Pictures
Foto: @Giuseppe Chiantera/Ulixes Pictures

Una piccola stazione ferroviaria in aperta campagna. Se non fosse per le camionette della polizia che la circondano con le loro luci a intermittenza, si farebbe fatica a individuarla in questa notte calata all’improvviso. Fa freddo. E la colonna di migranti scende silenziosamente dall’autobus che da Opatovac l’ha condotta qui. Ci si stringe tra le spesse coperte grigie distribuite al campo dall’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr). Fortunatamente non piove. “Two by two! Two by two!”. Ci si mette di nuovo in fila ordinata, riempiendo i due piazzali ai lati della stazione. Prima le famiglie. Nella maggior parte dei casi, siriane. Ma non sempre. Ci sono anche intere famiglie provenienti dall’Iraq e da una miriade di regioni dell’Asia. I giovani afgani e pachistani viaggiano da soli o insieme a qualche amico. Tanti di questi non sembrano avere neanche diciotto anni. In questo incredibile miscuglio di volti dai tratti diversi, spiccano i somali. Uno di loro mi spiega che dallo Yemen hanno preso un aereo per la Turchia. Poi, via mare fino in Grecia. Quindi, si sono uniti al cammino lungo la rotta balcanica.

L’orologio che campeggia sulla facciata della stazione segna le otto. E’ tutto pronto. Stasera il treno diretto a Botovo, al confine con l’Ungheria, conta dodici vagoni. In ogni vagone possono essere sistemate circa cento persone. Ogni giorno, da qui, partono tra i tre e i quattro treni. Dipende dal numero delle persone che dalla Serbia arriva in Croazia. E l’orario di partenza, di volta in volta, cambia. Dipende dalla velocità delle procedure di riempimento dei vagoni.

Nello spazio che va dal piazzale in cui si aspetta al treno, poco prima dei binari, c’è un banchetto dove la Croce Rossa croata ha sistemato ordinatamente bottiglie d’acqua, biscotti, fette biscottate, frutta, scatolette di pesce sottolio, fazzoletti, pannolini per neonati, assorbenti e tutto ciò che può servire durante il viaggio.

Si attende il segnale dei poliziotti per il via libera a riempire il primo vagone. La prima colonna umana è pronta. “Go! Yalla, shebab! Yalla-Yalla!” gridano i poliziotti. E ha inizio la corsa dal piazzale della stazione verso il treno. Mani che afferrano al volo la bottiglietta dell’acqua, un pacco di fette biscottate. “Posso prendere due frutti?” chiede un ragazzino a Duska che sorride e gliene dà tre.

Duska è di Zara e ha 51anni. E’ la sua prima volta come volontaria della Croce Rossa. E’ arrivata a Tovarnik solo qualche ora fa insieme a suo marito che le sta accanto e l’aiuta nella distribuzione di beni e alimenti ai migranti. Anche lui volontario. “Una sera – mi spiega Duska – il telegiornale ha annunciato l’inizio della crisi dei rifugiati lungo la rotta balcanica. E’ bastato uno sguardo tra me e mio marito. E’ stato in quel momento che abbiamo deciso che non saremmo rimasti a guardare le immagini che passavano in tv senza far nulla. Siamo stati profughi anche noi”.

Mi tornano in mente le parole che solo poche ore prima mi aveva detto Iva Marčetić a Opatovac. “La cosa che mi fa più male è ascoltare i siriani quando mi ripetono che tutto questo un giorno finirà perché la guerra non può durare per sempre. Sto male quando mi dicono ‘noi torneremo nelle nostre case, questa è solo una situazione temporanea’. Perché io ho vissuto tutto questo con la mia famiglia e so che invece tutto cambierà. Per sempre. Che non si può tornare alla vita di prima. Il mio lavoro richiede il distacco e io riesco ad essere distaccata. Eppure, quando sento parlare del ritorno, in quel momento, la ferita si riapre”.

Il grande orologio della stazione segna le dieci e il treno è metà pieno. Le operazioni di “imbarco” sui vagoni sono momentaneamente sospese in attesa dei prossimi autobus carichi di persone. Un poliziotto chiede a me e Giuseppe se vogliamo un caffè caldo. Quasi impossibile dire di no. Ci invitano a entrare nella piccola sala d’aspetto per ripararci qualche minuto dal freddo. Scherzano con il loro superiore e lo chiamano “il bosniaco”. “Il bosniaco” è il comandante che dirige le operazioni. In un angolo c’è una ragazza svedese che non smette di piangere: da diverse settimane sta girando un documentario su questi popoli in marcia lungo la rotta balcanica. Lo sta facendo attraverso la storia di una famiglia siriana che ha iniziato a seguire dalla Grecia. E’ riuscita ad attraversare la Macedonia dove le hanno chiesto un “pedaggio” di mille euro per essere entrata illegalmente nel paese. Quindi, è stata fermata in Serbia dove le hanno concesso di proseguire a condizione che prelevasse dal bancomat circa trecento euro. Ora la polizia croata non la autorizza a salire sul treno diretto in Ungheria con la “sua” famiglia siriana. Perché il treno serve al corridoio umanitario e c’è spazio solo per i migranti. E lei non sa come fare perché stava girando questo documentario ma così dovrà interrompere le riprese…Sullo sfondo, intanto, il treno semi-pieno di chi ce l’ha fatta, scampando alla morte in mare e alle mafie lungo le rotte. Io e Giuseppe ci guardiamo. Per un breve istante quello sguardo comunica tutto il nostro essere interdetti. Prendo un fazzoletto dalla borsa, glielo porgo. E insieme vorrei dirle che non è un set cinematografico. Ma sia io sia Giuseppe preferiamo non fiatare.

L’umanità che si incrocia in questi luoghi è estremamente variegata. Qui in Croazia stiamo incontrando decine di volontari e attivisti venuti da tutta Europa a portare aiuti, solidarietà, diffondere informazioni e a raccogliere storie per sensibilizzare l’opinione pubblica di questo vecchio continente. Come Stephan e Armin, due austriaci preoccupati dall’aumento del nazionalismo interno con cui chi prende questi treni deve fare i conti non appena esce dall’Ungheria. In punta di piedi osservano, scrivono, scattano foto, fanno video e diffondono sul web per far conoscere e capire agli austriaci l’importanza e il dovere di accogliere chi sta scappando da guerre, regimi e violenze. Poi ci sono bravi operatori dell’informazione. E poi c’è chi non si cura di nulla. Come il fotografo londinese che da quando siamo arrivati in stazione non smette di puntare l’obiettivo in faccia a minori e genitori visibilmente infastiditi. O di fare un primo piano sul brandello di gamba rimasto a un ragazzino afgano che si aggrappa alle stampelle mentre aspetta il proprio turno per salire sul treno.”Evviva Carta di Roma!” bisbiglio tra me e me.

Arrivano gli altri autobus. Ricominciano le procedure. Ogni volta che si riempie un vagone, il treno si sposta lentamente un po’ più avanti. Improvvisamente sentiamo delle urla. E’ una giovane siriana che piange. Con un braccio indica un ragazzo che sta scappando verso il treno, con l’altro tiene stretto al petto un fagotto di pochi mesi avvolto in una coperta. Due poliziotti si lanciano sul ragazzo. Lo bloccano. Uno dei due sta quasi per mettergli le mani addosso ma il collega lo ferma in tempo. Gli strappano lo zainetto dalle mani e gli ordinano di salire subito sul treno. Restituiscono lo zainetto alla donna. “E’ la guerra tra poveri” mi dice sconfortato ”il bosniaco”.

Io e Giuseppe camminiamo lungo i binari costeggiando i vagoni pieni. All’interno c’è chi si lascia andare e già dorme profondamente. C’è chi si affaccia dal finestrino e ci chiede quando si partirà. I bambini salutano e qualcuno di loro sfoggia nasi rossi da clown che qualche attivista gli avrà regalato insieme a qualche sorriso chissà dove sulla rotta che stanno per ultimare. C’è chi chiede: “Where are you from? Are you Kurdish?”. Sì, io e Giuseppe veniamo ripetutamente scambiati per curdi. “No, Italian!” Sorridiamo. “I love Italy! But Germany is better!”. Hanno tutti fretta di arrivare in Germania. Almeno di superare l’Ungheria, oltrepassare i varchi che Orban tiene ancora, momentaneamente, aperti.

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