I vostri rapporti con Moro passavano solo attraverso il colonnello Giovannone (dal 1972 referente dei Servizi, o almeno di una parte di essi, in Libano)?
“E’ noto che il ruolo di Stefano Giovannone fu centrale ma l’approccio di Moro alla questione palestinese fu il risultato di una serie d’iniziative coraggiose prese da alcuni ufficiali della vostra intelligence che conoscevano molto bene Beirut negli anni ’70. All’inizio erano contatti tesi a realizzare iniziative di carattere umanitario: l’invio di aiuti sanitari, di medici volontari o di farmaci. Poi si stabilirono relazioni politiche più complesse.

Ci furono moltissimi incontri tra esponenti palestinesi e rappresentati dell’Italia, a Beirut e a Roma, dove si trasferì il capo dei servizi dell’Olp

Ci furono moltissimi incontri tra esponenti palestinesi e rappresentati dell’Italia, a Beirut e nella vostra capitale Roma. L’Olp, per rafforzare la collaborazione, inviò in modo permanente un nostro uomo a Roma, Abu Iyad (il suo nome era Salah Khalaf), il capo dei servizi segreti dell’Olp e una delle figure preminenti della dirigenza palestinese, anche se Moro …” – Bassam Sharif non tradisce l’orgoglio della sua vecchia appartenenza – “si rese conto rapidamente che era necessario intrecciare rapporti con il Fronte popolare di George Habash per rafforzare la sicurezza italiana. Abu Iyad incontrò diversi ufficiali e gli diede la sua parola d’onore. Una sola volta anche Aldo Moro incontrò i vertici dei nostri servizi, insieme a Abu Iyad, per mettere a punto l’accordo (Lodo Moro) che firmò George Habash. Moro sapeva che la strada migliore e più breve per evitare il coinvolgimento dell’Italia in fatti che non la riguardavano passava attraverso il Fronte popolare. Così nacque quell’accordo senza precedenti con il quale noi ci impegnavamo a evitare operazioni militari in Italia. Infatti, da allora nessuna azione da parte nostra fu condotta sul suolo italiano. L’accordo guardava anche al futuro”.