Prosciutti di Stato, il conto lo pagano i creditori. La storia dell’agente di vendita: “Aspetto quei soldi dal 2018”
Alberto Mini ha passato quasi quarant’anni a vendere i salumi del gruppo Ferrarini, da agente. Quando il gruppo è crollato, i tribunali gli hanno riconosciuto 412.626 euro fra crediti verso Ferrarini e verso Vismara, la storica controllata brianzola: quattro sentenze, due a Cuneo e due in appello a Torino. “Per me erano soldi paragonabili al tfr”, dice al Fatto. Oggi la sua contabilità del salvataggio sta in due colonne. Ferrarini il capitale gliel’ha pagato a dicembre 2025, “dopo quasi 9 anni“; le spese legali — riconosciute in sentenza — sono finite nella falcidia insieme agli interessi, e il saldo arriverà “entro dicembre 2026 nella percentuale del 28,13%”. Il suo commento: “Diciamo tutto ok”. È la stessa scadenza a cui sono appesi gli obbligazionisti e i chirografari, che dagli otto riparti sin qui progettati non hanno avuto nulla. La seconda colonna è Vismara. Ed è vuota.
La cornice è quella raccontata dal Fatto il 24 agosto: Pini Italia — la società che si era impegnata in tribunale a pagare da sola il nuovo stabilimento Ferrarini — ha chiesto allo Stato 23,2 milioni di agevolazioni. Mentre bussava al ministero, i suoi concordati giravano così: chirografari Ferrarini a zero fino ad almeno fine 2026, Vismara ferma al palo con i lavoratori in attesa dal 2018.
In questi anni Mini le ha tentate tutte: carte bollate, esposti, appelli ai vertici dello Stato. Ha scritto al Quirinale, nel febbraio 2025: il Segretariato generale ha girato la segnalazione al ministero dell’Economia “per competenza” il 5 marzo. Ha depositato un esposto alla Procura di Cuneo, nel luglio 2025. Ha registrato venti minuti con Report: “Dubito che andrà in onda”. Ha valutato l’istanza di liquidazione giudiziale, e ha rinunciato: in caso di rigetto le spese sarebbero sue, “e con tutto ciò che ho pagato mi sembra veramente troppo”.
Il suo credito verso Vismara vale 195.382,76 euro: sentenza 105/2021 del Tribunale di Cuneo, confermata in appello a Torino nel 2022, atti che non risultano impugnati. Eppure quando, nel settembre 2025, il commissario giudiziale del terzo concordato Vismara notifica ai creditori l’elenco per il voto, Mini non c’è. “Non vedo il mio credito in nessuna tabella”, scrive per pec l’8 settembre. La risposta, il giorno dopo: “Il suo credito si trova nella classe 11 – Crediti contestati“. Contestati da chi, con due sentenze? Mini rimanda numeri e pronunce; il 16 settembre il commissario Franco Cadoppi mette per iscritto: “Se è come dice, ho indicato di correggere la contabilità”. Ma la classe ormai non si tocca: “Era possibile fino a ieri”. E comunque, aggiunge, quel collocamento “è utilizzato solo ai fini del voto, non ai fini del riparto”. Appunto: il voto. Nella stessa pec il commissario lo mette a verbale: “Nella sua classe c’è un creditore dominante, Intesa San Paolo, la sua posizione rispetto alla proposta è quella che decide la classe”.
Quel voto è la chiave di tutto. Il concordato Vismara era già stato risolto una volta, nell’ottobre 2024, per inadempimento: i pagamenti promessi non erano arrivati. Lo stesso giorno della risoluzione la società ha chiesto un nuovo termine e l’autorizzazione ad accettare l’offerta di Pini Italia per una newco, Vismara 1898, dove è stato travasato il ramo d’azienda: gara deserta, unica offerente Pini, che se l’è ripresa ripulita. Sul terzo concordato i creditori hanno votato no — favorevoli il 47,2% dei crediti — e Inps e Agenzia delle Entrate si sono opposte. Il Tribunale di Reggio Emilia l’ha omologato lo stesso, il 3 febbraio 2026, con la ristrutturazione trasversale del nuovo Codice della crisi. Giudice relatore: lo stesso giudice delegato del concordato Ferrarini.
I pagamenti dovevano partire “entro giugno 26”. A metà settembre Cadoppi, per iscritto, spiega a Mini i ritardi: la trattativa con Intesa Sanpaolo si dovrebbe chiudere “entro settembre”; i lavoratori attendono “circa 2 milioni e mezzo… dal 2018“. Quanto all’azione di responsabilità contro i vecchi amministratori — quella da cui dipendeva, per i creditori come Mini, il salto dall’8% dello “scenario worst case” al 42% del “best case” scritto nel piano — le probabilità che porti risultati sono “estremamente remote“. Segue, nella stessa mail, un adagio veneziano del 1612 sulle cause: servono “cassa da banchier… e debitor che possa pagar”. Mini traduce: “Ad oggi non ho ricevuto un euro. La mia situazione non è liquidabile con un 8% e basta”.
Una cosa però Mini ci tiene a metterla in chiaro, e la detta: “Non intendo formulare accuse nei confronti delle società o dei professionisti coinvolti. Ritengo tuttavia che sia legittimo, visto il mancato pagamento entro i termini, chiedere pubblicamente i motivi e lo stato della situazione”. Al Fatto si è rivolto dopo averle tentate tutte, “solo per mettere a conoscenza più persone possibili di questa storia: per me era il mio tfr e ci contavo. Vederlo quasi azzerato così è triste”.
Giovedì scorso abbiamo inviato domande puntuali a tutti: al commissario Cadoppi e alla liquidatrice di Vismara, al commissario del concordato Ferrarini Bruno Bartoli, a Ferrarini, Pini Italia e Vismara 1898, e al Mef — anche sul seguito dato alla segnalazione girata dal Quirinale. Termine: venerdì alle 18. Non ha risposto nessuno.