Da Floris ieri sera si è parlato anche di canone Rai, visto che Renzi ha messo finalmente la faccia sull’ipotesi di scioglierlo nella bolletta della luce per mettere gli evasori a rischio di taglio della fornitura (della luce, non del Tg1). L’alternativa, visti i livelli dell’evasione crescenti dovunque, e stellari da sempre nella maggior parte del sud, sarebbe di scatenare una campagna di accertamento e repressione, accompagnata da saltuari ed esemplari operazioni di bombardamento dei villaggi e quartieri dove, è accertato, il canone lo evadono davvero tutti. Una alternativa al momento non proponibile.

Ma intanto il prelievo di quei cento euro l’anno è come quella carta (ci sembra l’Asso di Bastoni o, in alternativa, la Donna di Picche) che in un familiare gioco di carte bisogna evitare che ti rimanga in mano. Tutti sperano che resti in mani altrui e le industrie elettriche non fanno eccezione. Ma, insomma, sentendo Chicco Testa, che ne presiede la associazione, e leggendo Grieco che presiede l’Enel, sembra di capire che, pur lamentandosene, sono nelle condizioni tecniche di fare gli esattori per conto della Rai. Semmai ci sembra che temano di riuscirci fin troppo bene, sicché un domani a qualche governo potrebbe venire in mente di ricorrere alla stessa scorciatoia (energia contro pagamento, altrimenti resti al buio e butti via la roba nel congelatore) per risolvere l’evasione di qualche altra tassa (la buttiamo là: i rifiuti).

Al di là delle questioni tecniche, la discussione si è concentrata su quella di principio: ci serve la Rai? Perché dalla risposta dipende ovviamente l’opportunità o meno di finanziarla. Su questo punto i dibattiti sono sempre un po’ ridicoli perché, trattandosi di questione mistificata e/o rimossa da decenni, chi è chiamato a parlarne non ci ha mai davvero pensato e si riduce al balbettio di luoghi comuni, tra cui trionfa in genere quello che la Rai dovrebbe distinguersi con una programmazione “da servizio pubblico“. Come se questo agognato oggetto fosse lì bello chiaro e a riversarlo nei palinsesti si opponesse solo la cecità culturale di dirigenti e funzionari.

Mentre in realtà non esiste in tutta Europa un solo servizio pubblico televisivo finanziato pubblicamente che parta da una “idea di sé” e mentre tutti si muovono in funzione della moneta che hanno in cassa. Dove la pubblicità contribuisce poco o per niente (come per Bbc, Ard, France TV, e tutta la Scandinavia) l'”aria pubblica” prevale, a partire dall’ovvia circostanza che i programmi non convivono con la pubblicità e che i programmisti non devono essere riguardosi con i “merchant” (come altrove, con un tocco esplicito, chiamano gli investitori pubblicitari). Ma può esserci anche un servizio pubblico che il finanziamento pubblico non lo vede neanche col binocolo e che se la cava facendo concorrenza alle tv commerciali, ma comunque differenziandosene per il fatto di tenersi a lato del mainstream generalista (e questo accade, sempre in Inghilterra, con Channel Four).

E poi c’è il caso più confuso, che è quello Rai, dove la pubblicità delle tre reti maggiori contribuisce a più di un terzo dei ricavi. Cosicché la Rai è, a tutti gli effetti, un’azienda pubblica pesantemente sovvenzionata che tuttavia deve rincorrere le entrate pubblicitarie (entro il plafond che le è fissato per legge) come una qualsiasi tv privata. Il classico pasticcio in cui il canone è la carne dell’allodola e la pubblicità quella del cavallo. E questo, finché la Rai non porrà fine al miscuglio, è il vero pasticcio che finirà nella bolletta della luce.