“Chiude Radio Padania“. Un’affermazione perentoria e senza possibilità di appello che in questi giorni è rimbalzata da un quotidiano all’altro, passando per siti internet e trasmissioni televisive. Non da ultimo ne ha parlato Il Giornale, testata “amica” della Lega Nord, che spara la notizia in prima pagina. Chiunque conosca un po’ la Lega Nord, di fronte ad una notizia di questo genere, non può che trasalire. È vero, i tempi sono duri, negli ultimi anni il Carroccio ha già dovuto rinunciare a Telepadania e allo storico quotidiano di partito, La Padania. Il taglio dei contributi e dei rimborsi elettorali é costato anche una drastica riduzione del personale alle dipendenze del partito (e non sono mancate le tensioni).

Ma chiudere Radio Padania no. È l’ultimo asset del Carroccio. L’ultimo baluardo degli antichi fasti (economici, più che elettorali) del partito. Il canale più diretto di contatto con la vecchia base. Non solo, Radio Padania è anche il simbolo delle radici leghiste del segretario Salvini, che proprio dai microfoni di RPL ha mosso i primi passi, fino a diventarne il direttore (tutt’oggi Salvini ha un contratto in aspettativa non retribuita che lo lega all’emittente). Tagliare i ponti con l’ultimo simbolo del passato potrebbe essere un’autorete clamorosa.

Ecco perché il no alla chiusura, in queste ore, viene ribadito con forza, a più voci e a più riprese, soprattutto da Matteo Salvini. Lo ha fatto anche venerdì mattina, proprio dai microfoni della radio di via Bellerio: “Nessuno vuole chiudere questa radio e nessuno la chiuderà” assicura, poi racconta: “Questa radio esiste perché ci sono gli ascoltatori. È seccante leggere che stiamo per chiudere, ma secondo voi io chiudo il mio negozio? Non mi risulta, perché dovrei? Servono soldi? Si, ma i soldi si trovano, in maniera onesta, e si va avanti. Sarei preoccupato se non avessimo idee, se non avessimo le persone, ma le idee e le persone non mancano”.

Insomma, secondo il segretario leghista per i soldi ci si organizza e lui stesso annuncia che metterà mano al portafogli: “Appena esco faccio un bonifico da 5mila euro e invito chiunque ricopra un incarico per conto della Lega a fare lo stesso”. Poi sulla questione dei quattrini incalza: “Noi non abbiamo finanziatori occulti, non abbiamo le coop, non abbiamo Renzi che ci dà una mano, non abbiamo fondi neri ma soli fondi verdi”. Allora perché da tre giorni la notizia della chiusura si ripete in maniera così insistente? A rispondere, ancora una volta è lo stesso Salvini: “Perché lo scrivono? Perché magari a qualcuno piacerebbe che chiudessimo. E se vogliamo malignare – dice ancora – probabilmente piacerebbe anche a qualcuno di Forza Italia“.

In effetti è difficile da spiegare l’esplosione delle voci che danno per certa una fine imminente delle trasmissioni. Le difficoltà della radio sono note da tempo. Da mesi vengono organizzate cene e pranzi di autofinanziamento. Da mesi si ripetono gli appelli al pubblico per la sottoscrizione di abbonamenti: “Sarete voi i nostri editori” è il nuovo mantra dei conduttori della radio padana. Ai microfoni aperti sono gli stessi ascoltatori a promettere impegno, pur chiedendo “maggiore trasparenza” e “piani industriali”, per poter contribuire con tranquillità e consapevolezza.

I costi per il funzionamento di una radio che vuole esistere senza aderire alle logiche commerciali sono alti: ci sono dipendenti da retribuire, ripetitori da curare (la radio, ufficialmente copre il 60% del territorio nazionale), segnali da potenziare e frequenze da pagare. Si parla di un arretrato da 300mila euro, stando a quanto afferma il direttore Alessandro Morelli: “Dobbiamo coprire circa il 30% del bilancio, ce la faremo di sicuro – dice al IlFattoQuotidiano.it – di colpo sono venute a mancare voci importanti di entrata. Come molti altri accedevamo ai contributi pubblici che rappresentavano una quota importante del totale. Con i tagli la macchina si deve riassestare, ma i mezzi ci sono. Abbiamo già potenziato l’abbonaggio, sullo stile di Radio Popolare e devo dire che in questa ultima settimana la risposta degli ascoltatori è stata formidabile. C’è stata una forte spinta ai contributi volontari”.

Il costo maggiore è quello per il personale. Sono sette i dipendenti retribuiti, tutti al minimo contrattuale. Il resto del lavoro è affidato al lavoro dei volontari: “Si tratta solo di trovare nuove formule capaci di far leva su un ascolto molto fidelizzato come il nostro, ma siamo sulla strada giusta”. Il paziente dunque è grave, ma non è ancora arrivato il tempo dell’estrema unzione.

Allora, anche in questo caso, a pensar male forse ci si azzecca. Ed ecco che le difficoltà della radio diventano improvvisamente un caso nazionale, proprio quando l’alleato Berlusconi ritorna in campo e rivendica un ruolo nella definizione degli equilibri del centrodestra. In ballo ci sono parecchie faccende, a partire dalla leadership di un’area che da anni é orfana di un vero leader, fino alla candidatura a sindaco per la città di Milano. In questo quadro anche una radio in difficoltà può diventare un’arma di ricatto, una freccia in più all’arco degli alleati.