L’opinione che l’euro sia una pessima idea così come è stato concepito e realizzato sembra essere arrivata persino alle alte sfere dei vertici comunitari. Ogni tentativo di mantenerlo in vita a tutti i costi, ha portato con sé il peso delle drammatiche conseguenze che i popoli europei hanno vissuto e che stanno mettendo fine alle costituzioni democratiche fondate sullo Stato sociale, e per le quali JP Morgan ha raccomandato il rapido superamento in una famigerata relazione sullo stato della crisi dell’Eurozona. Sostanzialmente esistono due strade per mantenerlo in vita: la prima è quella dell’austerità espansiva, un ossimoro economico non più difeso nemmeno dai suoi mentori che ne hanno negato l’efficacia e riconosciuto il fallimento; la seconda è la creazione di un budget federale europeo che avochi a sé i poteri fiscali degli stati nazionali e teoricamente ridistribuisca quegli squilibri che le unioni monetarie a cambi fissi inevitabilmente comportano. Sarebbe bastato dare ascolto al padre dei Chicago Boys, Milton Friedman che qualche anno fa in un articolo sul New York Times definì l’Europa come “un esempio di situazione sfavorevole alla creazione di un’unione monetaria. L’Europa è composta da nazioni separate, che parlano lingue differenti, e con diverse tradizioni culturali, dove i cittadini provano sentimenti di lealtà e attaccamento al loro paese piuttosto che all’idea di un mercato comune e di Europa”.

unione europea bandiere

Queste le ragioni culturali che rendevano problematiche una unione forzata, imposta ai popoli europei secondo l’unico meccanismo delle crisi di sistema, più o meno artificiali, che fino ad oggi ne hanno reso possibile l’attuazione. Lo stesso Mario Monti riconobbe che senza crisi, non si ha cessione di sovranità e la difficile contemporaneità vissuta dalla debole Ue sembra pronta per un nuovo avanzamento, necessario per raggiungere il gradino superiore del Superstato europeo e la conseguente fine degli Stati nazione che seppur travolti dalla globalizzazione restano ancora protagonisti sulla scena politica. Le ragioni economiche, sulle quali rimangono avvinghiati i pochi negazionisti dell’euro come protezione alla crisi, non permettono l’esistenza in vita di un’unione monetaria senza i necessari riallineamenti della bilancia dei pagamenti tra i paesi più forti in avanzo e quelli più deboli in deficit. La Germania ha sfruttato questo enorme vantaggio competitivo, su tutti l’enorme surplus della bilancia commerciale che rappresenta la sua supremazia in Europa, e forse adesso potrebbe essere disposta a concedere qualcosa alla nuova idea che percorre i corridoi di Bruxelles. Se non altro perché la sua posizione in questo momento esce piuttosto indebolita dallo scandalo Volkswagen, che sembra aprire delle pericolose crepe nella leadership tedesca che fino a poco tempo fa nessuno osava mettere in discussione. Un’apertura in questo senso alla nuova federazione di Stati europea potrebbe essere possibile.

Non nel modo voluto dalla Francia che inizialmente si era schierata al fianco della Germania nella sua politica di rigore dei conti, ma che poi ha preso anch’essa la strada della crisi sistemica approdata all’aumento esponenziale della disoccupazione e dei conti pubblici, in un paese sempre più provato da una lenta crescita e che forse rappresenta il malato d’Europa nascosto dalla crisi greca, non più in grado di sostenere il peso dell’unione monetaria di cui beneficia oramai solamente la Germania della Merkel. Di qui l’esigenza di rifare il palazzo costruito senza fondamenta, come ha esortato a fare qualche mese fa il ministro dell’Economia francese, Emmanuel Macron, che prospetta “una rifondazione dell’Ue” e una completa cessione di sovranità al “nuovo governo comunitario” al quale saranno trasferiti totalmente i residui poteri degli stati nazionali in materia di politica economica.

Secondo Macron, questa manovra sarebbe indispensabile per appianare quegli squilibri provocati dalla moneta unica e il nuovo governo dell’eurozona “provvederebbe a fornire assistenza ai paesi in difficoltà”, fino ad arrivare alla creazione di un nuovo parlamento della moneta unica, al quale parteciperebbero solamente i deputati membri dei paesi dell’eurozona; una sorta di Camera dell’Unione Monetaria che dovrebbe ipoteticamente essere il tramite per l’investitura democratica del nuovo governo europeo. Non è chiaro se questi membri del nuovo parlamento siano elettivi oppure di nomina diretta da parte dei governi nazionali, ma sembra già riscontrabile la mancanza di democraticità di questo processo, del quale discutono l’ex direttorio franco-tedesco senza neppure interpellare gli altri Stati membri oppure lanciare una piattaforma di discussione che coinvolga i popoli interessati.

Tecnicamente, sembra piuttosto arduo arrivare a un compromesso tra gli opposti interessi francesi e tedeschi, perché i secondi concepiscono un’unione di trasferimenti fiscali solamente alle loro rigide condizioni che prevedono addirittura tagli automatici alla spesa, bilanci contenuti e un rigido sistema di sanzioni applicato a chi viola queste caratteristiche. Non è stato citato nemmeno il ruolo che dovrebbe avere la Bce, che attualmente è incompatibile con la possibilità di un budget federale, dal momento che essa non può finanziare il deficit degli Stati membri né tantomeno monetizzare il loro debito. Senza tralasciare il fatto che queste riforme rimetterebbero completamente in discussione l’assetto di Maastricht e dunque richiederebbero con ogni probabilità un nuovo trattato che dovrebbe essere discusso e ratificato dai parlamenti degli stati membri. Un processo che vuole tempo, ponderazione e attenta valutazione parte con presupposti di pericolosa fretta e rapida esecuzione, come accaduto nel 2011 all’alba del governo Monti con il celebre “Fate presto”, implorato da Il Sole 24 Ore che raccomandava una rapida esecuzione delle riforme strutturali.

Sembra per il momento improbabile che le due parti arrivino a un compromesso, anche se dal nostro punto di vista la strada più raccomandabile era e resta quella del Manifesto Europeo di Solidarietà, firmato tra gli altri da Jacques Sapir e Alberto Bagnai, che prevede uno smantellamento controllato dell’unione monetaria che purtroppo sembra aver riportato l’Europa al clima degli anni 20, dominato da tensioni che poi sfociarono nell’affermazione dei regimi totalitari. La prima Maastricht nacque in fretta, convulsamente, senza il tempo e la possibilità di considerarne effettivamente la portata dei suoi cambiamenti e dei suoi innati limiti strutturali economici e giuridici che sono ad oggi visibili nelle loro devastanti conseguenze. La seconda Maastricht sarebbe il prodotto di quell’errore, nato su ragioni di emergenzialità e sembra già portare con sé tutte le caratteristiche che hanno determinato quel cambiamento traumatico. Su un dato sembrano convergere gli apologeti della moneta unica e i fautori del ritorno alle valute nazionali, ovvero sull’evidenza che “l’attuale modello non funziona più”, come ha dichiarato il ministro delle Finanze belga Jan van Overtveldt. L’impressione è che ancora una volta si tenterà la strada dell’integrazione scaturita dalle crisi, e il punto di non ritorno sulla fine delle costituzioni democratiche sarà raggiunto, come auspicato da JP Morgan, tra i più sinceri ispiratori di questo disegno.