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Delle tante sfaccettature della lunga vita di Pietro Ingrao che in questi giorni si stanno ricordando ce n’è una che spesso viene citata, ma che è poco conosciuta. Ingrao fu prima di tutto, cioè dal ’35-’36, un apprendista cineasta, allievo di regia al neonato Centro Sperimentale di Cinematografia, e da lì maturò con molti altri giovani (i vari Visconti, De Santis, Alicata ecc.) quell’inossidabile fede nell’alleanza tra lotta politica e visione dell’arte e del mondo, tra etica ed estetica che poi lo accompagnò per tutta la vita. Pur senza coltivare fino in fondo la sua iniziale propensione per il cinema, Ingrao costeggiò sempre quei territori, scrivendo e intervenendo in più occasioni, partecipando alla riflessione su che cosa era e soprattutto doveva essere il cinema.

Rileggere oggi le sue pagine (raccolte una decina di anni fa in un libro dal titolo accattivante – Mi sono molto divertito – edito dallo stesso Centro Sperimentale che l’aveva avuto allievo, e disponibile anche in rete) mette in luce una volta di più la sua continua ricerca degli aspetti contraddittori, plurali, contrastanti del mondo, il suo bisogno di costruire una coscienza politica, per se stesso e per farne una ragione di lotta, senza tuttavia mai rinunciare alla libertà critica del pensiero, ma anzi usando quella stessa libertà per corroborare e arricchire la sua fede politica. Ciò di cui oggi, nel momento in cui se ne va uno degli ultimi grandi esponenti di quella stagione, si sente tremendamente la mancanza.

L’omaggio più sincero alla memoria di Ingrao è allora ripercorrere quanto scriveva sulla funzione che Charlot ebbe nella maturazione della sua consapevolezza politica:

“Charlot per noi fu anche un mito: voglio dire un simbolo, anche al di là del cinema. Un simbolo molto più complesso di quanto si può pensare. Direi: sempre a due facce.

Fu l’America: quella in movimento degli anni Trenta, sconvolta, perplessa, turgida di fermenti sociali, l’America dell’inquieta letteratura che cominciava ad arrivarci: Cain, Saroyan, Steinback, Hemingway, e prima O’Neill, Lee Master, Hawthorne, Melville, Dreyser, Dickinson; quella America che il fascismo non voleva farci conoscere.

E fu, Charlot, l’Antiamerica: l’omino inerme, e continuamente sconfitto, che si ribellava all’ordine costituito dei potenti e dei vincitori, alla disuguaglianza più disperante e totale, all’emarginazione più cruda. Fu dunque l’Eroe e l’Antieroe: quello che nelle sue sfortunate e ridicole vicende, sempre si contrapponeva a un intero mondo, recava con sé un’altra morale, e questo suo titanismo era sempre terribilmente buffo, anche quando compiva l’atto più alto e commovente. Insomma: un piccolo, reietto, debolissimo, incompiuto e contemporaneamente così interiormente autonomo da dichiarare sempre sé stesso. […] Quindi un eroe moderno, se moderno vuol dire continua, aspra coscienza della contradditorietà (a più facce) della lotta e della conquista. E qui c’è un fatto strano. Ti parlo di alcuni di noi che proprio allora – metà degli anni Trenta – stavano diventando comunisti. E il comunismo in quegli anni aveva un simbolo mondiale: Stalin; cioè un’immagine di Eroe totale, compatto, inattaccabile. Forse il fatto che amavamo così Charlot era un piccolo segnale di una differenza, di un bisogno, di un “tarlo”: segnale, che mentre ci avvicinavamo al comunismo in tempi staliniani cercavamo però qualcosa di diverso dal monolitismo. Nella nostra piccolezza, eravamo forse già segnati dentro – e forse senza esserne pienamente consapevoli – da bisogni e da culture che poi ci portarono al di là di Stalin, alla critica a Stalin”.