Quella appena passata è stata per la tv italiana la settimana di Rambo, quel vecchio eroe degli anni ’80 che, parola di auditel e anche del Premier Renzi, ha strapazzato i contemporanei talk show di martedì 22 settembre. In effetti Sylvester Stallone ha scavallato il 6% di share, mentre Giannini si è fermato al 4,5% e Floris al 4,7% (in ogni caso va sottolineato il sorpasso del secondo sul primo, nonostante un carico pubblicitario del 50% superiore).

Dato a Rambo quel che è di Rambo, c’è tuttavia da osservare che confrontarne gli ascolti con quelli dei talk show è come chiedersi quanti raggi di luce servono per formare una goccia d’acqua. La eterogeneità deriva dal fatto che i film, come in genere la fiction, sono seguiti, salvo eccezioni, da un pubblico concentrato e fedele che vuole “sapere come va a finire” e, anche se già lo sa, prova gusto a rivederlo perché di fronte a determinate strutture di racconto si innesca, comunque, il corrispondente ciclo emozionale, come l’appetito del cane di Pavlov al suonare del cicalino. È un dato di fatto del quale, per quanto ci riguarda, abbiamo preso nota fin da bambini, quando correvamo al parco a ri-vedere per l’ennesima volta le bastonate fra burattini, dove si attendeva il divertimento consueto anziché pretendere chissà quali sorprese.

Si dirà: se l’attrazione sta nel ritrovare quel che già conosciamo, nulla dovrebbe essere più divertente dei talk show che dello scontato fanno un grande uso, dagli ospiti, sempre quelli, agli schemi dialettici, sempre uguali. In effetti, proprio la ripetitività degli schemi attribuisce ai dibattiti televisivi un ruolo specifico: indicare le micro variazioni nei contenuti. Un po’ come sentire il polso della realtà che più o meno ci interessa, dalle geometrie degli amori vip agli intrecci in Parlamento. Alla fiction invece non chiediamo, a meno che non si tratti di film d’autore, di aggiornarci sul polso del mondo, ma semplicemente di condurci in fondo alla storia.

Se dura un’ora, stiamo lì per un’ora; se dura due ore, raddoppiamo. Ed è qui che il “ritrovare il noto” dei talk show si divarica da quello della fiction: questa ha la forma di un unico arco narrativo; mentre il dibattito tv è costituito da un susseguirsi di archetti, da mini cicli con la sparata di Tizio e la contro sparata di Caio, al termine di ognuno dei quali si può serenamente porre mano al telecomando (e infatti la fedeltà d’ascolto dei talk show non supera in genere il 15% della intera durata dei programmi: Ballarò, Dimartedì etc.), mentre l’indice di fedeltà dello spettatore è per le fiction (e salvo qualche eccezione che avremo modo di esaminare, come Grey’s Anatomy su La7), almeno doppio.
Insomma né Floris né Giannini sono confrontabili con Rambo (ma neppure con Totò o con il dr Caligari). E quindi i problemi che hanno loro e gli altri conduttori (questa settimana si è schiantata La Gabbia) sono tutti loro. E non c’è Rambo che tenga.