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La Tasi sarà abolita e il governo restituirà ai comuni le risorse che ne ricavavano. Ma questa certezza non risolve tutti i problemi. I sindaci che non hanno applicato il livello massimo perdono comunque la possibilità di ricorrere a un gettito potenziale. E che accadrà all’aliquota aggiuntiva?

Raffaele Lungarella (lavoce.info)

Tasse più centralizzate

In Italia la tassazione degli immobili non trova pace. Il governo Prodi la ridusse, Silvio Berlusconi la eliminò del tutto e il governo Monti la reintrodusse. La decisione di Mario Monti fu ritenuta da Filippo Taddei, l’attuale responsabile economico del Pd, “fondamentalmente una scelta obbligata”. Matteo Renzi ha promesso di eliminare la Tasi su tutte le abitazioni principali dal 2016. La Tasi formalmente è una tassa per finanziare i servizi indivisibili forniti dai comuni; di fatto, però, è un’imposta sugli immobili e come tale è percepita dai contribuenti.

La sua cancellazione sulle abitazioni principali costituisce una brusca frenata alla già lenta costruzione del federalismo fiscale, avviata con l’introduzione dell’imposta comunale sugli immobili nel 1992. Si restringe, così, l’autonomia impositiva dei comuni e aumenta la loro dipendenza finanziaria dallo stato. Il gettito della Tasi sulla prima casa è interamente incassato dai comuni. La sua cancellazione non creerà buchi nei loro bilanci, poiché il governo promette di trasferire a ciascuno l’importo del gettito eliminato. Con un taglio delle spese o con un aumento di altre tasse e imposte oppure del deficit, nel bilancio dello Stato saranno trovati i fondi necessari per finanziare l’operazione. La conseguenza è che l’architettura del nostro sistema fiscale diventerà un po’ più centralizzata. E si attenuerà anche la forza di una delle motivazioni del federalismo fiscale: rendere i sindaci responsabili, di fronte ai loro concittadini, delle tasse e imposte che impongono.

Le conseguenze del gettito congelato

L’eliminazione della Tasi sull’abitazione principale pone anche questioni più operative. I sindaci che sulla prima casa hanno applicato l’aliquota Tasi più elevata (3,3 per mille) hanno raccolto il gettito massimo possibile. Quelli che, invece, non l’hanno applicata oppure si sono mantenuti sul livello minimo dell’aliquota (1 per mille) o, comunque, al di sotto di quello massimo, in futuro avrebbero avuto una riserva di gettito alla quale ricorrere, all’occorrenza, per far quadrare i conti dei loro bilanci. Con l’abolizione della Tasi perdono definitivamente il gettito potenziale dato dalla differenza tra quello ottenibile con l’aliquota massima e quello ottenuto con l’aliquota effettivamente applicata.

È verosimile ritenere, infatti, che lo Stato trasferirà a ogni comune un importo pari al gettito effettivo incamerato nel 2015, non certo quello che avrebbe potuto incassare se avesse applicato l’aliquota massima. Se i comuni fossero tutti “risarciti” della perdita di gettito corrispondente all’aliquota massima, il costo per lo stato sarebbe sicuramente superiore ai circa 3,5 miliardi di euro stimati e naturalmente aumenterebbero le difficoltà di finanziare l’eliminazione dell’imposta.
L’abolizione della Tasi congela, quindi, il suo gettito complessivo e la sua distribuzione tra i comuni. Non necessariamente, però, le amministrazioni comunali che finora hanno applicato l’aliquota massima sono le più virtuose; è anzi possibile che a calcare la mano sui cittadini siano stati gli amministratori con i conti più in disordine. L’eliminazione della Tasi sulla prima casa rischia, quindi, di penalizzare i sindaci che sono stati più generosi nei confronti dei loro cittadini e di indebolire un’importante leva delle loro politiche delle entrate.

Il destino dell’aliquota aggiuntiva

La cancellazione della Tasi sulla prima casa potrebbe comportare qualche problema anche per i comuni che hanno applicato l’aliquota aggiuntiva della 0,8 per mille, che consente di portare la Tasi sulla prima casa al 3,3 per mille e la Tasi più Imu sugli altri immobili all’11,4 per mille. Questo “premio” fiscale è concesso ai comuni per finanziare detrazioni d’imposta sulle abitazioni principali (evidentemente non generalizzate, ma per particolari categorie di cittadini). Con l’abolizione della Tasi sulla prima casa l’aliquota aggiuntiva non dovrebbe più essere applicata neanche sulle altre categorie di immobili. I comuni che non hanno destinato tutto il gettito dello 0,8 per mille a ridurre l’imposta sulla prima casa accuserebbero, pertanto, una riduzione delle loro entrate; salvo che anche questa perdita di gettito non sia coperta dal bilancio statale.

In questo caso, però, aumenterebbero sia le difficoltà di copertura per il bilancio statale sia la penalizzazione per i comuni che non hanno applicato le aliquote massime (i quali se avessero previsto che poteva finire così avrebbero, molto probabilmente, avuto la mano meno leggera nel decidere le aliquote).
L’alternativa possibile è che ai comuni sia lasciata la possibilità di poter continuare ad applicare l’aliquota aggiuntiva sugli immobili diversi dalle abitazioni principali senza vincolarne il gettito a finanziare alcuna detrazione d’imposta. Così, però, la pressione fiscale sugli immobili si ridurrebbe in misura inferiore di quanto avverrebbe con la semplice eliminazione della Tasi sulle abitazioni principali.