In Italia eravamo rimasti al Marziano a Roma di Flaiano, ma qui si parla di fantascienza, quella vera. Anzi, realistica. Sì, perché Andy Weir non racconta di guerre intergalattiche e pericolosi mostri alieni cari ai fan di Ridley Scott, il regista che infatuato dal plot di The Martian ha deciso di farne un film. Mark Watney è l’astronauta che durante la missione marziana Ares 3 viene spazzato via in una violenta tempesta. Credutolo morto, i suoi colleghi tornano alla stazione orbitante Hermes per ripartire verso casa. Come farà un botanico tagliato fuori da ogni comunicazione con la Terra a sopravvivere per mesi nell’attesa della nuova missione sul pianeta rosso? Coltivando patate nella base marziana e utilizzando ogni conoscenza scientifica utile alla sopravvivenza: soltanto l’inizio di un lungo e appassionante diario di bordo.

Il protagonista avrà il volto cinematografico di Matt Damon. Watney, raccontato in prima persona, sembra una specie di alter ego dell’autore. Weir è infatti un rigoroso appassionato di viaggi spaziali, meccanica orbitale e botanica applicata a condizioni spaziali. Dalle sue ricerche approfondite emerge un racconto minuzioso, razionale e senza fronzoli. Ma talmente ricco di sarcasmo da bilanciare il linguaggio tecnico che ha fatto la sua fortuna.

Emozionalmente si mantiene sempre su temperature sobrie. Ogni pagina ha come per sottotesto un costante garbato “niente panico”. Pregio per forma e coerenza ma insieme difetto per una tecnicità a sovrana. Chi si aspetta suggestioni panoramiche dal manto sabbioso o dei crateri purpurei su Marte ne potrebbe essere deluso. Al posto di riflessioni sui massimi sistemi della vita, troppo scontati per un Robinson Crusoe rimasto centinaia di giorni in solitudine su un pianeta ostile, Mark ascolta i Beatles e detesta la musica disco, tracce musicali lasciate in supporti audio dai suoi colleghi. Si sollazza con Tre cuori in affitto nei tempi morti, e gongola su soluzioni alternative e dissacranti agli inseguimenti campagnoli di Hazzard, altro celebre telefilm anni ’70. È proprio la sua pragmaticità che regge tutto. Lo spinge avanti, non lo fa perdere d’animo e gli consente di essere ironicamente caustico con il suo stesso destino tutto da calcolare e mettere ordinatamente in atto per salvarsi.

Possibili detrattori potrebbero tacciarlo di nichilismo tecno-botanico, ma già tradotto in 30 lingue, la critica lo ha già premiato, come i lettori. Weir ha un passato da programmatore informatico. Era anche nello staff creativo del celebre videogame Warcraft 2, ma la sua nuova carriera da romanziere è iniziata in maniera folgorante. In questa narrazione riesce ad alternare i diari di bordo dell’astronauta con i preparativi della Nasa ad un ritmo progressivamente crescente, fino a un viaggio interplanetario denso di capovolgimenti. Prima crea con una scientificità a quanto pare quasi inappellabile e poi incastra tra di loro diversi fili del rasoio che invitano agevolmente alla pagina successiva.

Originariamente il romanzo uscì sul blog dell’autore in singoli episodi gratuiti, poi condensati nella prima versione per Kindle era scaricabile soltanto per 99 centesimi. Dopo aver scalato le classifiche dei libri digitali è stato l’approdo alla carta con la Random House della Crown Publishers Group ad aprirgli la strada del best-selling. Oggi Andy Weir lavora al suo nuovo romanzo di fantascienza, Zhek, che giura sarà più tradizionale: cioè con alieni, telepatia e viaggi alla velocità della luce.