Regolamento poco efficace, certamente meno rispetto all’attività svolta dalla magistratura. Costi troppo elevati per risultati scarsi. E, paradossalmente, moltiplicazione online dei contenuti illeciti. Le accuse sono tutte dirette al regolamento antipirateria dell’Agcom, entrato in vigore il 31 marzo del 2014 e mirato a tutelare il diritto d’autore. Un’attività che peraltro viene svolta da anni dai tribunali e che ha un sito ad hoc. In sostanza, l’authority riceve le segnalazioni e, se riscontra una violazione, chiede la rimozione del contenuto “pirata”. Se l’ordine non ha seguito, si avvia la procedura di blocco. Infine, in caso di inottemperanza da parte dei siti che ospitano i contenuti digitali illegali, l’autorità dà comunicazione agli organi di polizia giudiziaria.

Una procedura già contestata anche dall’esperto di diritto digitale Guido Scorza, secondo cui con questo regolamento l’Italia diventava “il primo Paese in Europa nel quale un’Autorità amministrativa potrà ordinare la rimozione di qualsiasi contenuto presente nello spazio pubblico telematico, all’esito di un procedimento sommario nel quale tempi e spazi di difesa sono ridotti al di sotto del minimo consentito e, soprattutto, l’intervento dell’Autorità Giudiziaria ordinaria è solo successivo ed eventuale”. Tant’è che anche Associazione Nazionale Stampa online (Anso), Federazione dei media digitali indipendenti (Femi), Open Media Coalition, Assoprovider e Altroconsumo hanno impugnato il regolamento, chiedendo ai giudici del Tar Lazio di decidere in merito alla sua legittimità. Questione che a ottobre sarà sottoposta alla Corte Costituzionale. Ma il vantaggio rispetto all’azione legale, secondo il commissario Francesco Posteraro (qui l’intervista) è che l’Autorità, pur non volendosi sostituire alla magistratura, “interviene in tempi assai più rapidi e quindi più idonei a rispondere in maniera tempestiva agli illeciti commessi in rete”.

L’ipotesi della creazione di una “giustizia parallela” non è comunque l’unico motivo di contestazione del regolamento. Al centro c’è la preoccupazione per i costi, specie a fronte delle difficoltà economiche dell’Agcom. L’authority è finanziata dal contributo delle aziende vigilate e non da risorse pubbliche, ma il timore principale è che l’onere del suo funzionamento finisca a carico dei contribuenti. L’allarme spese dopo l’approvazione del regolamento era stato sollevato anche dai sindacati confederali Cgil-Cisl e Uil, che avevano scritto ai vertici dell’authority. Ma di cosa e di chi si avvale davvero l’unità antipirateria? Della piattaforma creata, senza passare attraverso una gara, dalla Fondazione Bordoni, per la quale l’authority ha firmato un contratto da 533.958,88 euro per tre anni (che potranno aumentare con il conguaglio al termine del periodo), oltre all’impiego di sette dipendenti, di cui uno è dirigente. Costi eccessivi? No, secondo Posteraro, che spiega come “la materia è affidata a una struttura che già esisteva e che ha compiti più ampi”. In sostanza, nessuna assunzione in più. E nessuno pagato con soldi pubblici.

E per quanto riguarda invece i risultati? Al 27 marzo 2015, ovvero a quasi un anno dall’introduzione del regolamento, sono state 209 le istanze di intervento ricevute, che hanno dato vita a 134 procedimenti, visto che negli altri casi sono state ritirate prima o archiviate (qui il documento completo). Più o meno 11 al mese. Poche, a maggior ragione se pensiamo che in Italia sono 21 le sezioni specializzate in proprietà intellettuale che operano presso i Tribunali. E sono numeri che fanno ancor più riflettere sull’effettiva utilità del regolamento, a fronte di quanto fatto dalla Procura di Roma, che in un solo giorno ha sequestrato 124 siti. A complicare il quadro si aggiunge una ricerca del professore emerito di Padova Giorgio Clemente (“Gli effetti sulla pirateria dei provvedimenti Agcom in materia di diritto d’autore, 2014-2015”), che sostiene come il regolamento abbia paradossalmente aumentato la quantità di contenuti illeciti.

Il caso più significativo tra quelli esaminati riguarda il sito Cineblog01: nell’aprile 2014, quando era stato oscurato dall’authority, aveva 173mila utenti unici. Poi, sette mesi dopo, è rinato con un nuovo dominio e con quasi 1,5 milioni di accessi. E ha continuato a crescere: a febbraio 2015 aveva raggiunto due milioni di utenti, che potevano visualizzare oltre diecimila file “piratati”. D’altro canto sulla piattaforma della Fondazione Bordoni, dove sono pubblicati i provvedimenti, compaiono i link relativi alle opere “illegali”. E questo ha fornito libero accesso a contenuti “proibiti”. Paradosso che al contrario, rileva l’avvocato Fulvio Sarzana, non si è “mai prodotto nelle attività di repressione operate dalla magistratura, in sede civile e penale”.

Tutti scontenti del lavoro di Agcom, allora? No. E’ soddisfatto Federico Bagnoli Rossi, segretario generale della Fapav, la Federazione per la Tutela dei Contenuti Audiovisivi e Multimediali. Si tratta, ricorda Sarzana, “dell’associazione antipirateria fondata anche dalla Mpaa (l’associazione di produttori cinematografici statunitense) e di cui, fra le altre cose è socia anche la Fondazione Bordoni, ovvero la Fondazione pubblica che si è vista assegnare in convenzione dall’Agcom il compito di certificare le transazioni informatiche relative al regolamento”.

Bagnoli Rossi, inoltre, ha contestato modalità, tool di analisi e metodologia della ricerca di Clemente. A Key4biz ha spiegato che Clemente “basa gran parte dei propri dati sulla misurazione degli accessi in termini di ricerche su Google del sito” e che i “siti citati nella ricerca si riferiscono per la maggior parte a realtà consolidate che operano nel settore della pirateria in maniera massiva e sovente transfrontaliera”. Portali, cioè, che rendono “particolarmente difficoltosa l’attività di contrasto“. E a sostegno dell’attività svolta interviene anche Posteraro: “Secondo la Federazione antipirateria musicale – ha detto a ilfattoquotidiano.it – i siti destinatari di un ordine di blocco da parte di Agcom hanno registrato un sensibile calo dei tentativi di accesso, in molti casi largamente superiore al 50%”. E mentre parte degli addetti ai lavori contesta i risultati e l’authority prosegue la sua attività, l’attenzione è tutta puntata sull’udienza davanti alla Corte Costituzionale.