Si allarga ancora la voragine nel bilancio della Regione Piemonte. La Corte dei Conti, nel giudizio di parifica sul rendiconto regionale del 2013, ha certificato che il disavanzo supera i 5 miliardi di euro. Ben altra cifra rispetto ai 360 milioni che erano stati indicati dalla giunta allora guidata da Roberto Cota. E’ il risultato dell’utilizzo improprio e illegittimo di fondi che lo Stato aveva girato all’ente per rimborsare i debiti arretrati nei confronti dei fornitori. E la grana non riguarda solo l’ente guidato da Sergio Chiamparino: rischiano la bocciatura anche Lazio, Campania, Veneto, Emilia-Romagna, Toscana e Puglia. Per un buco potenziale che potrebbe arrivare a una ventina di miliardi. Non è un caso se in questi giorni da Palazzo Chigi stanno arrivando chiari segnali della volontà di intervenire in soccorso degli enti indebitati modificando la legge sul pareggio di bilancio, che senza interventi in extremis dal prossimo anno si applicherà anche a Regioni e Comuni.

Nel mirino dei magistrati contabili c’è un “trucco” utilizzato da molte amministrazioni regionali per fare quadrare i conti. In pratica, gli oltre 25 miliardi che i governi Letta e Renzi hanno messo a disposizione tra 2013 e 2014 per pagare le aziende fornitrici sono stati usati in gran parte per finanziare nuove spese. In luglio la Corte costituzionale, a cui lo scorso ottobre i magistrati contabili avevano chiesto di pronunciarsi su alcune leggi regionali del Piemonte, ha sentenziato che c’è stata “alterazione del risultato di amministrazione”. Nel dettaglio, scrivono i giudici, “una legge dello Stato nata per porre rimedio agli intollerabili ritardi nei pagamenti ha subito una singolare eterogenesi dei fini, i cui più sorprendenti esiti sono costituiti dalla mancata spendita delle anticipazioni di cassa, dall’allargamento oltre i limiti di legge della spesa di competenza, dall’alterazione del risultato di amministrazione, dalla mancata copertura del deficit”.

La spada di Damocle pende peraltro su conti regionali già messi a dura prova dai 4 miliardi di tagli dell’ultima legge di Stabilità e mentre il governo si appresta a varare un’altra manovra in cui si profilano nuove sforbiciate alla sanità, che è il capitolo più pesante dei bilanci regionali. Ma a spaventare i governatori è soprattutto l’entrata in vigore anche per gli enti locali dell’obbligo del pareggio di bilancio. La legge 243, varata nel 2012, prevede che scatti dall’1 gennaio 2016. Se succedesse, le Regioni dovrebbero riuscire nell’impresa di registrare ogni anno un “saldo non negativo” tra entrate e spese. Il governo, in zona Cesarini, sta studiando un intervento per rinviare il problema. All’inizio di settembre Luigi Marattin, consigliere economico del premier Matteo Renzi, ha scritto in una lettera al Foglio che è “fondamentale” la “rimozione di tutti i vincoli intermedi”, perché “se ogni ente locale ha come vincolo lo stesso dello Stato, non ha senso che quest’ultimo imponga al comune anche quanto può spendere in pubblicità, in locandine, in formazione professionale o in penne”.

Concetto ribadito martedì in un intervento su Il Sole 24 Ore in cui l’economista spiega che “è consigliabile che l’adozione di regole basate sul pil potenziale non venga estesa ai vincoli fiscali subnazionali come accadrebbe in Italia il prossimo anno se andasse in vigore la legge 243 nella sua parte relativa agli enti locali”. E sempre martedì il Presidente della Conferenza delle Regioni Chiamparino, e il presidente dell’Anci Piero Fassino hanno chiesto un incontro a Renzi per confrontarsi su riforme e “decisioni riguardanti i vincoli per il contenimento della spesa ed in particolare gli effetti sugli investimenti dell’eventuale applicazione della legge sul pareggio di bilancio”.