Domani la Giunta per le immunità del Senato non potrà non tenere conto di quanto scrive il tribunale del Riesame di Reggio Calabria che ha confermato gli arresti domiciliari per il senatore dell’Nuovo Centrodestra Giovanni Bilardi, uno dei principali indagati dell’inchiesta “Erga omnes” più conosciuta come “Rimborsopoli”.

Ad agosto la parlamentare del Pd Stefania Pezzopane, relatrice del procedimento in Senato, aveva chiesto un rinvio al 9 settembre per soddisfare alcune “richieste di approfondimento su alcuni punti” dell’inchiesta che ha travolto la Regione Calabria portando all’arresto anche dell’assessore regionale del Partito democratico, Nino De Gaetano, e al sequestro di beni per numerosi consiglieri regionali della precedente legislatura.

Dopo il caso Azzollini, il Parlamento dovrà decidere se salvare anche un altro esponente del Nuovo Centrodestra, accusato dell’allegra gestione dei fondi destinati dal Consiglio regionale della Calabria al gruppo “Scopelliti presidente”. Per la guardia di finanza, che ha chiesto il sequestro per equivalente di 357mila euro, Bilardi avrebbe speso i soldi per scopi personali come pasti, regali, televisori, viaggi e iPad per migliaia di euro rimborsati dalla Regione.

Nelle carte dell’inchiesta ci sono episodi imbarazzanti come quello in cui Carmelo Trapani, factotum di Bilardi, la sera dell’interrogatorio del senatore si è recato al Consiglio regionale per riportare un televisore che il parlamentare aveva acquistato con i soldi pubblici e che, invece, si trovava da un’altra parte. Un gesto che, assieme ad altri, secondo il Tribunale della Libertà è “inqualificabile”.

Ma sono ancora più pesanti le motivazioni con le quali i giudici chiedono l’arresto di Bilardi in attesa che la Giunta per le autorizzazioni valuti il fumus persecutionis. Stando al Riesame, infatti, Bilardi è stato “incapace di offrire una giustificazione sostanziale per le ingenti spese effettuate in proprio e quale capogruppo per iniziative personali o legate all’attività partitica ed in quanto tali non rientranti nelle spese che possono essere affrontate con i contributi della Regione Calabria”. Ma c’è di più: Bilardi si è “nella sostanza appropriato” di somme “destinandole direttamente o mediatamente e con persistente sistematicità a finalità estranee a quelle del gruppo”.

Secondo il giudice Filippo Leonardo, se Bilardi non dovesse essere arrestato c’è il rischio di inquinamento delle prove e, ancora peggio, di reiterazione del reato: “Il pericolo di inquinamento probatorio può agevolmente desumersi dal comportamento processuale tenuto da Bilardi, che, in sede di interrogatorio, ha reso innumerevoli dichiarazioni mendaci, nel goffo tentativo di giustificare le proprie condotte illecite. Conserva pur sempre la possibilità di accedere ad erogazione pubbliche attraverso richieste truffaldine, ciò che più conta è la posizione privilegiata che lo stesso ricopre e che gli consente indebitamente di conservare e anzi rafforzare un solido legame con coloro che sono attivamente impegnati nelle istituzioni locali, dalla Regione al comune di Reggio Calabria e ciò costituisce valida occasione per ingerirsi nella gestione del denaro pubblico”. Occasione che, in caso la Giunta per le immunità dovesse rigettare l’arresto, per i giudici potrebbe concretizzarsi.