Franceschini-Uffizi

Immaginare lo stupore dei dipendenti di Paestum per l’arrivo come nuovo direttore del Museo e del parco archeologico di Gabriel Zuchtriegel, così come quello del personale della Galleria Nazionale delle Marche di Urbino per la nomina di Peter Aufreiter, non diversamente da quello dei dipendenti delle Gallerie degli Uffizi di Firenze per l’investitura di Elke Schmiedt, è tutt’altro che sbagliato. Se non altro per la difficoltà che molti incontreranno nel pronunciarli quei nomi. Non i soli, dal momento che tra i nuovi super direttori sette sono stranieri. “Oggi si gira pagina, si cambiano le regole e si va verso un nuovo modo di concepire il museo italiano”, dice il ministro Franceschini, che aggiunge “Sono stati nominati quattordici storici dell’arte, quattro archeologi, un manager culturale, un museologo manager, una personalità dell’amministrazione”. Tutti d’accordo? Certo che no! Fatte le nomine, iniziata la bagarre verbale. Con i paladini delle “risorse interne del Ministero” e delle professionalità italiane a denunciare l’ennesima umiliazione, mentre i sostenitori del cambiamento, inneggiano all’ “apertura”, secondo la definizione di Adriano La ReginaDa una parte si criticano le modalità di scelta, che dalla parte opposta si celebrano.

Allo stesso tempo, di segno opposto risultano i giudizi sugli studiosi. Ora di riconosciuto livello internazionale, contemporaneamente semplici comprimari. “Abbiamo semplicemente scelto i migliori, con una procedura trasparente, guardando l’esperienza e i curricula, indipendentemente dalla nazionalità”, ripete Franceschini. Già, “procedura trasparente”, “esperienza” e “curricula”, oltre ad un breve colloquio orale. Requisiti che nelle valutazione vengono sempre evocati ma quasi mai realmente presi in considerazione. Un buon numero dei concorsi universitari ne è una prova evidente e incontrovertibile.

Quante volte ad orientare il giudizio dei commissari è davvero l’obiettiva maturità scientifica raggiunta attraverso pubblicazioni ed esperienze di coordinamento? Domanda destinata a rimanere senza risposta. Poi naturalmente si può discutere se il colloquio che è seguito all’analisi del curriculum può essere uno strumento sufficiente per valutare. Per scegliere al meglio. Ma su questo tema, giungere ad un risultato condiviso appare molto difficile. Se non impossibile. Ogni soluzione mostra delle zone d’ombra. Delle controindicazioni. E’ così anche in questo caso. Anche se non sembra neppure questo il motivo del dissenso di molti.

Piuttosto a creare fastidio il ricorso a studiosi stranieri, le cui qualità professionali sarebbero tutt’altro che superiori a quelle di diversi omologhi italiani. “Umiliati” dalle nuove nomine, per qualcuno. Ma è davvero così? Intendendo la questione nella sua complessità, naturalmente costituita da tanti casi particolari. Ma soprattutto, bisognerebbe capire se a sentirsi umiliati debbono essere i “vecchi” funzionari ora sostituiti, oppure l’intera schiera degli studiosi italiani. Archeologi e storici dell’arte in primis. Quesiti che generano altri quesiti. Se il riferimento è ai professionisti dei beni culturali con specifiche competenze nella gestione museale, non si può che essere lieti della “virata”. Perché ciò indizierebbe finalmente un cambiamento. Dopo decenni nei quali alla stragrande maggioranza di loro sia stato scientificamente preclusa qualsiasi possibilità di accesso a Università e Soprintendenze varie.

Se invece, come sembra più probabile, l’accorata difesa è riferita ad un numero molto più esiguo di addetti ai lavori, che da anni sovraintendono a realtà museali di rilevanza internazionale, talora scambiandosi di posto, allora il discorso è un po’ diverso. Insomma se l’interesse è tutto rivolto a quei “funzionari che dipendevano dalle soprintendenze impegnate nella tutela di un vasto territorio” per dirla con Franceschini, è ancora più necessario valutare. Analizzare i risultati, pur considerando difficoltà amministrative ed esiguità finanziarie. Se si procede così, in questo caso davvero c’è da rimanere umiliati. Perché è innegabile che qualcosa si è fatto, ma è altrettanto evidente che moltissimo rimane da fare. Senza contare che non sempre le operazioni nelle quali si sono impegnate risorse, hanno portato benefici. Come dimostra in maniera esemplare l’area archeologica di Paestum.

In ogni caso, in qualunque modo vogliano valutarsi le nuove nomine, esse aprono un varco in un sistema cristallizzato, incapace di sussulti. Le strategie prescelte dai super-Direttori determineranno le sorti dei Musei che sono stati chiamati a guidare. Anche loro saranno valutati dai risultati. Ma intanto varrebbe la pena di farli lavorare. Senza benevolenza fuori luogo, ma anche senza critiche aprioristiche. Con la necessaria onestà.