Ci sono alcune occasioni nelle quali quelle che appaiono bugie sono peggiori di quella che sembra la verità.

E’ il caso della spiegazione che Giuseppe Sala, Commissario dell’Expo milanese ha ufficialmente fornito al Consiglio Comunale di Milano, a seguito dell’inchiesta de Il Fatto Quotidiano che ha raccontato di un’anomala ed abissale distanza tra i dati dei visitatori dell’Expo annunciati dall’organizzazione e quelli documentati dai sistemi di rilevazione degli accessi.

Un baratro profondo tra i numeri ufficiali e quelli emersi nell’inchiesta, nei soli primi due mesi di apertura della manifestazione, oltre un milione di visitatori, invisibilmente entrati nell’esposizione secondo il Commissario e mai affacciatisi tra i padiglioni secondo i dati pubblicati da Il Fatto Quotidiano.

Ma, sin qui, la storia è nota e, per la verità, imbarazzante per gli organizzatori dell’Expo milanese, protagonisti di una bella campagna sulla trasparenza e la pubblicità assoluta dei dati dell’evento culminata nel lodevole progetto Open Expo.

Ora che proprio chi si è lasciato coinvolgere in un’inedita ed apprezzabile campagna sulla trasparenza inciampi addirittura su un numero tanto elementare come quello dei visitatori che, da oltre 150 anni rappresenta uno dei principali indicatori di tutte le esposizioni universali è, inequivocabilmente, un fatto grave ed antipatico.

Peraltro, figuracce a parte, la questione ha, evidentemente, risvolti giuridici di straordinaria rilevanza perché i numeri dei quali si discute sono anche quelli sui quali sono basati – seppure con declinazioni diverse – i contratti che legano l’Organizzazione dell’Expo alle centinaia di sponsor che finanziano, a vario titolo, l’evento ed è elementare che per uno sponsor sapere che la propria pubblicità raggiungerà qualche milione in più o qualche milione in meno di visitatori non è fatto né secondario, né trascurabile.
Sembra, pertanto, fuor di dubbio che se non si correrà al riparo al più presto rendendo affidabili i dati in questione la vicenda potrebbe avere strascichi giudiziari importanti che potrebbero costare decine di milioni di euro.

Ma il punto – o, almeno, uno dei punti cruciali di questa brutta storia – è un altro.

Nella sostanza, ieri, il Commissario dell’Expo ha dichiarato – pubblicamente e ufficialmente – che fatta eccezione per una non meglio precisata defaillance nell’acquisizione dei dati, durante i primi dieci giorni, lo scostamento tra i dati dei visitatori annunciati e quelli conteggiati dai tornelli di ingresso alla manifestazione sarebbe colpa proprio dei tornelli che, a causa del gran caldo, non avrebbero funzionato in modo corretto.
La colpa del sospetto gonfiamento dei dati sui visitatori sarebbe dunque dei tornelli, incapaci di gestire il gran caldo. Una spiegazione che, per la verità, sembra – guai a spingersi a dire di più – una bugia peggiore di quella che sembra essere la verità ma che, in ogni caso, non sarebbe in grado di sollevare l’organizzazione dell’evento da responsabilità serie, circostanziate ed ineludibili.

I tornelli in questione, tanto per cominciare, sono prodotti dalla italianissima Came S.p.A. e sono stati decantati, proprio dallo stesso Sala, come un’eccellenza del made in Italy che avrebbe contribuito in modo importante al successo dell’iniziativa. Sentir dire al Commissario dell’Expo, a poco più di due mesi dal primo giro dei 210 tornelli che governano gli accessi alla manifestazione, che i tornelli delle meraviglie hanno fatto cilecca, non resistendo al caldo italico, obiettivamente, lascia perplessi. Ma, perplessità a parte, se dei tornelli acquistati a suon di milioni di euro per essere installati dove sono poi stati installati e per adempiere alle funzioni cui sono poi stati preposti, fanno cilecca, il committente non può che contestare vigorosamente al fornitore l’inadempimento alla prestazione.
Né, almeno di norma, è l’acquirente a suggerire al fornitore che, forse, il mancato funzionamento del prodotto fornito è da addebitarsi – ammesso anche che ciò sia sostenibile dati climatici alla mano – ad un caldo eccezionale e non prevedibile. Quando si spendono tanti soldi propri, normalmente il committente contesta il malfunzionamento e l’appaltatore risponde, provando ad imputarne le cause ad una qualche ragione di forza maggiore o ad un qualche evento imprevedibile.

A riascoltare alla moviola le parole del Commissario dell’Expo ieri, davanti al Consiglio comunale milanese, però, viene quasi il sospetto che Sala, invece, di annunciare l’intenzione di chiedere conto alla Came dell’accaduto, provi già a difendere quest’ultima e, naturalmente, chi ha selezionato i tornelli in questione, dichiarando che il gran caldo avrebbe fatto salire la temperatura interna ai tornelli di acciaio tra i 55 ed i 60 gradi, impedendo un corretto funzionamento degli ingranaggi.

Non sono numeri a caso.

Basta, infatti, sfogliare la scheda tecnica dei tornelli forniti dalla Came per avvedersi che, guarda caso, sono progettati per funzionare fino a temperature – non è chiarito se ambientali o interne all’ingranaggio – non superiori ai 55 gradi centigradi. Sostanzialmente, dunque, il Commissario dell’EXPO, sembra dire che il caldo è stato eccezionale e superiore alle condizioni tecniche in cui i tornelli sono progettati per funzionare.

Una difesa che, forse, ‘scagionerebbe’ la CAME dalle proprie responsabilità ma non l’organizzazione dell’Expo che dovrebbe comunque spiegare se, davvero, il caldo degli ultimi due mesi e mezzi [ndr ma il disallineamento denunciato da Il Fatto Quotidiano si riferisce ai mesi di maggio e giugno] è stato imprevedibile o se il fatto di aver scelto tornelli garantiti per funzionare a non più di 55°, abbia rappresentato un errore.

E’, infatti, sufficiente navigare tra le schede tecniche di tanti prodotti analoghi ai tornelli installati all’Expo per avvedersi che molti sono garantiti per funzionare a temperature più alte, anche fino a 70 gradi.

Senza nessun intento polemico, val la pena, quindi, di trarre una conclusione quasi sillogistica: – i dati dei visitatori di un’esposizione universale sono un indice essenziale sotto numerosi profili politici, economici e giuridici e, quindi, una cosa seria;

– è fuor di dubbio che chi organizza la manifestazione debba preoccuparsi di misurarli nel modo più affidabile in relazione allo stato della tecnica e di comunicarli al pubblico con le accortezze metodologiche del caso ovvero dichiarando se si tratta di una stima o di un dato puntuale ed evidenziando eventuali fattori eccezionali che ne influenzino l’attendibilità;

– è egualmente pacifico che se qualcosa nella misurazione delle visite di un’esposizione universale non funziona, chi ha la responsabilità della sua organizzazione deve accertare l’accaduto, verificare le responsabilità, contestarle ed agire in ogni sede per porsi al riparo da possibili future conseguenze pregiudizievoli.

Se, dunque, davvero i tornelli hanno fatto cilecca per il gran caldo, c’è da aspettarsi che il Commissario dell’Expo chieda conto alla Came dell’accaduto e se questa si difendesse sostenendo che il caldo è stato superiore alle previsioni ed alle condizioni garantire per i propri tornelli, c’è da spettarsi che il Commissario se la prenda con chi ha selezionato il prodotto della Came, chiedendo di verificare se – ammesso che sia stato così – non era davvero prevedibile che quegli ingranaggi raggiungessero le temperature che hanno raggiunto, facendo cilecca.