Se in Italia i salari aumenteranno troppo, rendendo antieconomico produrre a Maranello e Modena, Ferrari potrebbe dover “cercare luoghi di produzione alternativi“. A metterlo nero su bianco è il gruppo Fiat Chrysler, nei documenti forniti all’autorità di regolamentazione dei mercati Sec in vista della quotazione a New York del Cavallino rampante. Tra i fattori di rischio di cui gli investitori sono invitati a tener conto, perché potrebbero compromettere le performance future della casa delle Rosse e impedire alla società di ottenere i risultati attesi, è elencata appunto anche l’eventualità che debbano essere abbandonati gli storici impianti “dove montiamo tutte le vetture che vendiamo e dove produciamo tutti i motori che usiamo nelle nostre auto”. Le possibili cause? Non solo disastri naturali – “terremoti, incendi, inondazioni e uragani“, “guerre“, “attacchi terroristici” – e “pandemie“, ma anche “agitazioni sindacali“, “cambiamenti nella legge e nei regolamenti su esportazioni, fisco, occupazione” e “inflazione salariale“. Anche perché, si legge, “tutti i nostri dipendenti sono rappresentati da sindacati, coperti da contratti collettivi e/o protetti da leggi sui rapporti di lavoro che potrebbero ridurre la nostra capacità di ridurre rapidamente i costi”.

Eventualità a fronte delle quali Ferrari dovrebbe “cercare luoghi di produzione alternativi, cosa che richiederebbe tempo e ridurrebbe la nostra capacità di produrre abbastanza auto da soddisfare la domanda”, avverte il gruppo guidato da Sergio Marchionne, che oggi ha il 90% del Cavallino rampante. Una scelta del genere, peraltro, potrebbe anche “influenzare la percezione del nostro marchio e della qualità delle auto tra i nostri clienti”, “ridurre i ricavi e richiedere investimenti significativi. Di conseguenza potrebbe avere un effetto negativo sul nostro business, i risultati operativi e le condizioni finanziarie”.

Tra gli altri fattori di rischio è citata poi la dipendenza da un certo numero di manager e dirigenti chiave. Per tutelarsi dal possibile venir meno dell’apporto di figure come “l’amministratore delegato (di Ferrari, ndr), Amedeo Felisa, che vanta oltre 40 anni di esperienza tecnica automobilistica”, e Marchionne, “che ha progettato il turnaround operativo e finanziario di Fiat e Chrysler e l’espansione globale di Fca”, il gruppo ha sviluppato “piani di successione che riteniamo adeguati alle circostanze, anche se è difficile prevedere con certezza che sostituiremo questi individui con persone di esperienza e capacità equivalente“.

Anche i risultati del team di Formula 1 del Cavallino sono tra gli aspetti che potrebbero influenzare i risultati dell’azienda. “Il prestigio, l’identità, e il fascino del marchio Ferrari dipendono dal continuo successo della squadra corse della scuderia Ferrari nel Mondiale di Formula 1″, spiega il documento. Ma “anche se siamo in grado di attrarre talenti e finanziare adeguatamente le nostre attività nelle corse, non vi è alcuna garanzia che questo porterà al successo competitivo per la nostra squadra”. In più “le attività di Formula 1 dipendono principalmente dal ricavato dei nostri accordi di sponsorizzazione e dai ricavi da trasmissioni radiotelevisive e da altre fonti”. Se Ferrari non fosse in grado di “rinnovare gli accordi di sponsorizzazione esistenti”, o ne stringesse di nuovi “a condizioni meno favorevoli, i ricavi diminuirebbero”. Inoltre, la quota degli introiti dai diritti potrebbe diminuire se le prestazioni peggiorassero rispetto ad altre squadre in gara o in generale se il business F1 nel suo complesso diventasse meno florido. Nel primo trimestre 2015, il team di Formula 1 della casa di Maranello ha ricavato da sponsorizzazioni, accordi commerciali e attività di gestione del marchio 109 milioni di euro, 8 in più rispetto allo stesso periodo del 2014 grazie soprattutto a un aumento dei ricavi dalla partecipazione al campionato mondiale.

Anche sul fronte finanziario i rischi evidenziati nel documento sono numerosi. Per prima cosa, “l’abilità di distribuire dividendi potrebbe essere limitata” sia per i paletti della legge olandese sia perché “potremmo non avere sufficiente cash“. Poi, ricorda il file, dopo la separazione da Fca la holding Exor della famiglia Agnelli “avrà approssimativamente il 24% delle azioni e oltre il 30% dei diritti di voto“, dato che nella veste di azionista stabile ha intenzione di chiedere l’attribuzione di titoli con voto maggiorato. Ne deriva che “Exor avrà un’influenza significativa su questioni soggette al voto dei soci, come l’approvazione del bilancio, le decisioni sui dividendi, l’elezione e la rimozione di membri del cda, gli aumenti di capitale”. E i suoi interessi “potranno in alcuni casi differire da quelli degli altri azionisti”. Ancora più chiaro l’avvertimento che si legge al punto successivo: “Exor e Piero Ferrari“, erede di Enzo che dopo la separazione avrà il 10% delle azioni e il 14,9% dei diritti di voto, “avranno il potere di prevenire o ritardare il cambio di controllo o altre transazioni che potrebbero invece beneficiare i nostri azionisti”.