E’ morto nella notte a Bologna il cardinale Giacomo Biffi, arcivescovo di Bologna dal 1984 al 2003. Ne dà notizia la Diocesi bolognese. Biffi aveva 87 anni e da tempo era ricoverato in una clinica bolognese dove, attorno alle tre, è morto. Milanese, cresciuto in via Paolo Fusi in una famiglia popolare, studiò in seminario durante la guerra e fu ordinato prete a ridosso del Natale 1950, dal cardinal Ildefonso Schuster. Questi, con l’arcivescovo Giovanni Colombo – che consacrò Biffi ausiliare nella diocesi più grande del mondo nel 1976 – furono i punti di riferimento. Prima era stato parroco a Legnano, 15 anni; quindi a Sant’Andrea in Milano.

A Biffi è legato anche un episodio del conclave 2005, che elesse pontefice Joseph Ratzinger. “A ogni votazione ricevo sempre un solo voto. Se scopro chi è che si ostina a votarmi giuro che lo prendo a schiaffi” si sfogò l’arcivescovo emerito di Bologna con un altro cardinale. “Cosa, Eminenza?”, gli domanda perplesso l’altro porporato. “Sì, ha capito bene, Eminenza – replica Biffi –  Giuro che lo prendo a schiaffi”. L’altro è interdetto. Scandisce: “Eminenza, ormai è chiaro chi stiamo eleggendo come nuovo Papa ed è anche abbastanza evidente che questo candidato abbia scelto di votare per lei. Quindi se vorrà ancora mantenere il suo proposito sarà costretto a prendere a schiaffi il Papa”. Il futuro Benedetto XVI aveva deciso di votare per lui.

Biggi è stato un teologo pungente e ironico, uomo di Chiesa che preferiva posizioni nette, “la certezza della fede” a sfumature e compromessi. La sua storia è quella di un passaggio, dunque: dalla scuola di Sant’Ambrogio alla cattedra di San Petronio. Biffi prese le pure radici milanesi e per obbedienza a Wojtyla le trapiantò in quella Bologna forse “sazia e disperata” – come la definì – ma che finì per sentire come sua. Ma lui direbbe con orgoglio che la sua è anche la vicenda di un “italiano cardinale“. Premettendo la parola “italiano”, perchè “l’identità nazionale ha preceduto di molti anni l’ingresso nel Sacro Collegio”, spiega nelle imponenti memorie.

La porpora gli fu conferita da Giovanni Paolo II il 25 maggio 1985, poco meno di un anno dopo l’ingresso nell’arcidiocesi emiliana. Per convincerlo ad “emigrare”, lui stesso racconta che il pontefice polacco dovette invitarlo a cena nel Palazzo apostolico. Fu così che un vescovo milanese approdò sotto le Due Torri, il 2 giugno 1984 e iniziò una seconda vita che durò quasi 20 anni.
Diceva di essere del “partito della Chiesa” e a Bologna trovò le amministrazioni di sinistra. Di posizioni non certo progressiste, ricorda di aver sempre mantenuto rapporti cordiali, pur non lesinando critiche salaci. Ma ne ebbe anche per Berlusconi nel 1994: “I milanesi non ci sanno fare con la politica, brutto segno se smettono di fare gli imprenditori”, e per Prodi, nel 1998: “Dopo l’Ulivo mi porta via anche l’asinello, di questo passo non mi resta più niente”. Quindi definì “un miracolo” l’elezione a sindaco di Guazzaloca nel 1999.

Fu scrittore inesauribile (celebre, la rilettura teologica di Pinocchio). Ma anche pastore di voce forte, e dalle espressioni fortunate. Come “sazia e disperata“, aggettivi che, pronunciati nel 1988, quasi lo perseguitarono, anche se non si stancò di precisare che erano stati mal riportati e riferiti all’Emilia Romagna e non alla città. Così come un certo scalpore fece quando le donne divennero “squallide e raffinate“. Polemiche ci furono anche per le posizioni – “non esiste il diritto di invasione” – sull’immigrazione di popolazioni islamiche.

Tra le personalità con cui si confrontò a Bologna, ci fu Giuseppe Dossetti, monaco e sacerdote. Un rapporto complesso: al padre costituente, al netto di visioni diverse su Chiesa e Vaticano II, il cardinale attribuiva un peccato originale, di essere “teologicamente autodidatta“. Ne presiedette i funerali nel 1996 e lo descrisse come “autentico uomo di Dio“. Ma anche dopo la morte, non mancò di tornare sulle divergenze.

Punto chiave del mandato, il congresso eucaristico del 1997; il concerto con Bob Dylan sul palco del Caab, insieme a Giovanni Paolo II, raccolse 400mila persone. Tra le ultime funzioni presiedute, i funerali di Marco Biagi. Poi, congedatosi a inizio 2003, fece in tempo a partecipare al conclave che elesse Ratzinger nel 2005. Per i restanti anni, vissuti a villa San Giacomo, alla Ponticella, ha scelto il silenzio. Un mese fa, informato della sua malattia, gli inviò un augurio papa Francesco, assicurandogli “la mia preghiera perché Ella possa fiduciosamente aderire alla volontà del Signore e offrire i suoi patimenti per il bene della Chiesa”.