“Ritiro le querele perché sono convinta che una sentenza di condanna non potrebbe cambiare persone che, da quanto capisco, costruiscono la loro carriera sull’aggressività e sul rancore. Non ci potrà mai essere un dialogo costruttivo, perciò addio”. Patrizia Moretti, affiancata dal marito Lino Aldrovandi e dal senatore Luigi Manconi, annuncia che rimetterà le denunce nei confronti di Carlo Giovanardi, del segretario nazionale del Coisp Franco Maccari e dell’agente di polizia Paolo Forlani. E con esse verrà appesa alla parete dei ricordi anche la battaglia #vialadivisa, per la destituzione dei quattro agenti condannati in via definitiva per l’omicidio colposo di Federico. Una decisione che segue “l’orrore e gli errori, con la morte e dopo la morte di Federico – spiega la madre -. La mancanza di provvedimenti non guarda al futuro, non protegge i diritti e la vita: non tutela nemmeno l’onestà delle forze dell’ordine. Ho chiesto risposte alla giustizia e la giustizia ha riconosciuto che Federico non doveva morire così”.

Ma anche dopo la sentenza definitiva della Cassazione “alcuni hanno colto l’occasione per offendere me, Federico e la nostra famiglia”. È stato il caso di Forlani, che l’ha definita “faccia da culo, falsa e ipocrita”. È stato il caso di Maccari, che dopo il tristemente famoso sit-in del Coisp a Ferrara ha affermato che la foto del figlio morto sul lettino dell’obitorio era falsa. È stato il caso di Giovanardi, che a una trasmissione radiofonica ha sostenuto che la macchia rossa dietro la testa del ragazzo non era sangue ma un cuscino.

A distanza di due anni da quei fatti e dalle successive vie legali “ho maturato la decisione di dismettere questa richiesta alle procure e ai tribunali: non perché non mi ritenga offesa. Non dimenticherò mai le offese che mi ha rivolto Paolo Forlani dopo la sentenza della Cassazione: è stati lui, sconosciuto e violento, ad appropriarsi degli ultimi istanti di vita di mio figlio. Le sue offese pubbliche, arroganti e spavalde le ho vissute come lo sputo sprezzante sul corpo di mio figlio. E lo stesso sapore ha ogni applauso dedicato a quei quattro poliziotti. Applausi compiaciuti, applausi alla morte, applausi di morte. Per me non sono nulla di diverso”.

“Non sarà una sentenza a fare la differenza nel loro atteggiamento – conclude la Moretti -. Rifiuto di mantenere questo livello basato su loro bugie e provocazioni per ferirmi ancora e costringermi a rapportarmi con loro. Io ci sto male, per loro, credo di capire, è un mestiere. Forlani e i suoi colleghi li lascio con le loro offese e i loro applausi, magari ad interrogare ogni tanto quella loro vecchia divisa, quando sarà messa in un cassetto dopo la pensione, sull’onore e la dignità che essa avrebbe preteso. A dieci anni dalla morte di Federico per il mio ruolo di madre, ma anche per le mie aspirazioni e per la mia attuale visione del mondo, penso che il dedicare anche solo alcuni minuti a persone che disprezzo sia un’imperdonabile perdita di tempo. Non voglio più doverli vedere né ascoltare o parlare di loro”.

Di questi dieci anni, dal quel 25 settembre 2005 quando Federico morì sull’asfalto di via Ippodromo a Ferrara, a Patrizia Moretti rimane “il mio impegno di cittadina per contribuire a rendere questo Paese un po’ più civile, e questo impegno mi vedrà come sempre a fianco dell’associazione degli amici di Federico per l’introduzione del reato di tortura e ogni altra forma di trasparenza e giustizia. C’è molta strada da fare: confronti, discussioni, leggi giuste. Bisogna affrontare il problema degli abusi in divisa perché esiste ed è grave”.