Il 18 giugno la Camera ha approvato con 307 voti a favore e 22 contrari  una proposta di legge che, se sarà approvata in Senato, permetterà a chi è stato adottato, di conoscere la madre biologica anche qualora quest’ultima abbia dichiarato, alla nascita del figlio, di voler restare anonima.

Questa legge costituisce un cambio di rotta rispetto alla legge del 1983 che blindava l’identità della madre biologica che non voleva essere conosciuta e secretava l’atto di nascita per cento anni. Il legislatore nel 1984 rafforzò la segretezza introducendo la possibilità per la donna di partorire in assoluto anonimato anche per evitare gesti estremi (come l’infanticidio ad esempio). La logica della legge fondava su una società che  commiserava o colpevolizzava le donne per un gesto irricevibile come quello dell’abbandono di un figlio o del rifiuto della maternità. Si tentava di tutelare l’identità delle madri che abbandonavano i figli alla nascita (come con la ruota dei “bastardi” di antica memoria) per rimuovere collettivamente “indicibili vergogne” che ricadevano come macigni sulle donne: lo stupro, la prostituzione, la povertà, la violenza sessuale da parte di familiari  o semplicemente il rifiuto della maternità. Il “figlio della colpa” era un marchio che si è tradotto per secoli  in ingiuria perché pare proprio che mignotta derivi dall’iscrizione nei registri dell’anagrafe dei figli di M. (madre). Ignota.

La ricerca delle proprie origini, la conoscenza della madre “vera” è stata per molti anche una ricerca della felicità perduta, di ciò che avrebbe potuto essere e non è stato. La speranza di recuperare una verità che come uno scrigno prezioso custodisse un “tesoro” (di amore o di ricchezze inaspettate) ed essere risarciti del rifiuto ricevuto alla nascita. La letteratura e il cinema hanno raccontato spesso questo dramma con narrazioni differenti. Nella Bibbia conosciamo l’abbandono della madre di Mosè e nel mito della storia di Roma, quello di Rea Silvia, madre di Romolo e Remo: protagonisti di destini eccezionali già preannunciati con lo stigma dell’abbandono materno che li condurrà ad un ribaltamento della condizione iniziale di vita. Mosè si allontana dalle sue origini di schiavo e cresce come un aristocratico viceversa accade a Romolo e Remo. Potrei citare altre storie ma tutte raccontano che la rottura del legame con la madre biologica è foriera di vite straordinarie o dannate perché l’abbandono materno non può essere un evento trascurabile nella vita dei figli. In tempi più recenti il cinema ci ha mostrato vicende meno mitizzate o romanzate come in Segreti e bugie dove la scoperta della verità è carica di amarezze perché la realtà spesso ci sbatte in faccia banalità insopportabili ma anche di quelle si può far tesoro.

Le storie di figli abbandonati sono drammi antichi e moderni che percepiamo in maniera diversa e che cambiano con i mutamenti sociali. Se l’abbandono del neonato era molto diffuso in passato per questioni sociali o morali oggi si è ridotto moltissimo (5mila casi l’anno negli anni 50 contro circa 400); in anni recenti i non riconoscimenti si sono ridotti del 91%. Il miglioramento delle condizioni economiche, la contraccezione, l’interruzione volontaria della gravidanza, la rottamazione della condanna morale per i figli non riconosciuti dal padre, hanno favorito la diminuzione del fenomeno e l’attenzione per l’anonimato della madre lasciando spazio al diritto del figlio o della figlia di conoscere le proprie origini. Lo ha sancito la Corte Europea dei diritti dell’Uomo che assicura (Cedu Art.8) la tutela della vita personale di ciascun individuo contro gli arbitri dei poteri delle pubbliche autorità, non solo vietando di ostacolare l’effettivo esercizio di questo diritto ma imponendo di attivarsi affinché si predispongano misure in grado di assicurare questo esercizio. Nel 2013 anche la Consulta si è pronunciata contro l’irrevocabilità della scelta della madre per consentire di conoscerla alla maggior età contemperando l’interesse della madre con quelli del figlio o della figlia.

La legge approvata ieri stabilisce che una volta compiuti i diciott’anni, chi vorrà conoscere la madre biologica potrà farne richiesta al tribunale dei minori che contatterà in modo riservato la donna anche se al momento del parto aveva chiesto di restare anonima. Solamente con il suo consenso sarà rivelata la sua identità e in caso di diniego il figlio o la figlia potranno avere informazioni di carattere sanitario (anamnesi familiari o patologie trasmissibili ereditariamente).

E’ una legge che vìola il diritto all’oblio della madre che ha rinunciato alla maternità? Molte sarebbero le domande che questa legge mette in campo ma collettivamente la cosa interessa poco, soprattutto in una società che sta sganciando la maternità dalla biologia. Ai tempi di uteri in affitto, di donazione di ovuli e di adozioni anche internazionali, la maternità sta diventando un fatto più psicologico, culturale e sociale che biologico. Forse il riconoscimento del desiderio dei figli adottati è il tentativo di compensare il distacco dalla maternità biologica e risponde a quell’esigenza profonda ed insopprimibile di svelare il mistero delle nostre origini perché risuona in ognuno di noi, ineludibile, la profonda nostalgia di quel corpo femminile che ci ha accolto, facendoci transitare dall’ignoto al mondo, legandoci alla vita.

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